ROMA – Charlie Kaufman è da sempre un caso unico nel panorama cinematografico americano: osannato dalla critica, amato dai cinefili, ma costantemente in difficoltà quando si tratta di portare a termine i suoi progetti. L’ultimo esempio arriva da Later the War, film che lo vedeva impegnato alla regia con Eddie Redmayne protagonista, affiancato da Tessa Thompson e Patsy Ferran. Girato in parte a Belgrado, il progetto si è improvvisamente arenato a causa di problemi finanziari, lasciando il set sospeso e il futuro del film incerto.
La storia, tratta dal racconto Debby’s Dream House dello scrittore israeliano Iddo Gefen (contenuto nella raccolta Jerusalem Beach), ruota intorno a un uomo che lavora con i sogni delle persone ma finisce per generare incubi. Un’idea visionaria, perfettamente in linea con l’immaginario di Kaufman, che aveva già convinto produttori come Ken Kao, Josh Rosenbaum e Sarah Green a sostenere il progetto. Ma, ancora una volta, il percorso si è rivelato accidentato.
Il paradosso è chiaro: Kaufman è tra gli autori più influenti della sua generazione, con titoli come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee o Eternal Sunshine of the Spotless Mind diventati cult. Eppure, il rapporto con l’industria resta fragile. Già con il suo debutto alla regia, Synecdoche, New York (2008), l’autore aveva sperimentato la distanza tra il plauso della critica e i numeri del botteghino. Da allora il riconoscimento artistico non si è mai tradotto in stabilità produttiva. In un sistema sempre più dominato da remake, sequel e franchise, Kaufman continua a rappresentare l’eccezione: un autore che rifiuta compromessi e formule preconfezionate. È forse proprio questa fedeltà alla propria visione a renderlo oggi un outsider, nonostante il suo prestigio.
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