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Ricordando Chadwick Boseman | Jackie Robinson, il baseball e quel numero 42

A fianco di Harrison Ford nel biopic inedito su Robinson. Tra mito e sport, per ricordare un grande attore

ROMA – Berlino, 1936. Mentre Jesse Owens, a suon di medaglie d’oro, ridicolizza l’idea di razza ariana millantata da Adolf Hitler, c’era chi (involontariamente) diversi anni dopo avrebbe riscritto la storia del baseball e degli Stati Uniti. Il suo nome? Mack Robinson, argento proprio durante quelle Olimpiadi, un soffio dopo Owens nei 200 metri. E, come Owens, di origini afroamericane, nato in Georgia ma trasferitosi in California, quando il padre abbandonò lui e i suoi fratelli. Mack, da eccellente atleta, consigliò al suo fratellino, Jackie, di intraprendere la carriera sportiva. Se la storia si basa sulle scelte, l’epica è costruita sui dettagli: Jackie diventò un fuoriclasse assoluto del baseball con la maglia numero 42.

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Chadwick Boseman è Jackie Robinson in 42

Solo che, negli anni Quaranta, la vita di un giovane di colore non era affatto semplice. Nella Major League militavano 400 giocatori, tutti bianchi. Anche nello sport, c’era la segregazione razziale. Tuttavia, per l’intuizione di un nobile uomo, Jackie finì all’Ebbets Field di Brooklyn con addosso la casacca dei Dodgers, diventando così il primo giocatore afroamericano ad esordire nella Major League. Jack ”Jackie” Robinson sarebbe diventato un mito.

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Black Panther e Indiana Jones, Chadwick Boseman e Harrison Ford

Al grande Jackie, oltre le statue, le Hall of Fame e sì, anche gli asteroidi dedicati (il 4319 Jackierobinson), Hollywood ha dedicato (tardi) un bel film, 42, diretto dall’abile Brian Helgeland (Oscar nel 1998 per la lo script di LA Confidential) e interpretato da Chadwick Boseman – praticamente all’esordio, ben prima dei fasti Marvel e di Black Panther, altro ruolo che ne dimostrava un potenziale enorme – e da un sopraffino Harrison Ford, nel ruolo di Branch Rickey, presidente dei Dodgers, che fece firmare a Robinson un rivoluzionario contratto da 600 dollari al mese. Il film, inedito nelle sale ma dall’ottimo incasso in patria (fu il miglior esordio per un titolo sul baseball), ruota attorno all’affermazione di Jackie, sia nella Lega che in squadra, lottando con fuori campo e mazze spezzate contro il mondo.

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Chadwick Boseman accerchiato dai fotografi.

Come giusto che sia, in 42, tra le nubi di terra e polvere dopo ogni inning, c’è anche molta epica del racconto, che esalta l’icona e i suoi sogni; proprio quando i sogni, per chi aveva la pelle di un colore diverso, erano più prossimi ad un incubo. Del resto, non è un’eresia accostare Jackie a Rosa Parks o Martin Luther King, per quanto sia stato estremamente influente nella battaglia per l’uguaglianza. E, in questo caso il cinema lo incornicia in una pellicola dal sapore retrò, con una messa in scena da classico, in grado di smuovere testa, anima e cuore, mettendo in risalto la contrapposizione tra l’ideale di libertà tipicamente statunitense al controsenso aberrante di non poter essere applicata a tutti. Ieri come – purtroppo – oggi. Ma vedere Chadwick Boseman fa malissimo al cuore.

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