ROMA – C’è una Sicilia che si muove ogni giorno, tra coincidenze mancate, biglietti a prezzi proibitivi e chilometri di distanza da colmare. Sicilia Express parte da qui e trasforma un’esperienza condivisa in racconto seriale, affidandosi – anche – allo sguardo ironico ma lucidissimo di Barbara Tabita. Che non parte dal set, ma da una reazione. Da quello che succede quando leggi una sceneggiatura e ti ci ritrovi dentro senza poter fare finta di niente. «Quando ho letto Sicilia Express per la prima volta ho pianto… e gli ho detto: Valentino, ma è normale che mi sono commossa? Perché ho detto: ma perché io sono una di quei pendolari lì». Non è una frase buttata lì: per lei è una condizione, un’abitudine, quasi una definizione. E infatti aggiunge subito, stringendo il campo: «Ma lo siamo tutti un po’… capisci cosa voglio dire? È terribile».

Il punto cruciale è che la miniserie riesce a muoversi su livelli diversi: «Ha diversi strati di lettura. Il bambino si diverte e per lui quello che vede sono le Cronache di Narnia. Una persona più acculturata si incazza perché si sente un po’ presa in giro. E può chiedersi: perché viviamo così?». E per i siciliani, dice Tabita, la ricezione è ancora diversa: «Noi siciliani ce lo assumiamo in modo diverso. Recepiamo in modo diverso».
La chiamata “vera” dopo anni di rituale
C’è anche un retroscena che racconta bene il rapporto con Salvo Ficarra e Valentino Picone: Tabita non aspetta passivamente. Li cerca. E lo fa ogni anno. «Io ogni anno li chiamo e gli dico: posso? E mi dicono no». Il motivo è quasi un marchio addosso: «Io ho un precedente con loro, ma un precedente importante: Il 7 e l’8 è uno dei film più visti in assoluto». Il risultato? Un’etichetta che resta: «Sono proprio Marcex per tutti… la gente mi chiama così… e a Palermo neanche a dirlo».
Quando finalmente arriva la chiamata giusta, lei non ci crede: «Mi ha chiamato il produttore e gli ho detto: ragazzi, è uno scherzo? Un’altra volta? Ogni anno dobbiamo fare questo gioco». Poi la rassicurano: «Stavolta si fa, fidati». E un minuto dopo arriva la sceneggiatura: «Me l’ha mandata Valentino e me la sono divorata. Proprio divorata». E in quella lettura, Tabita mette a fuoco anche una questione identitaria: «Io sono estremamente fiera di essere sicula nel sangue, nell’essere, nell’essere donna e nel manifestare il mio accento. Però io sono italiana. Faccio parte della stessa nazione». È una precisazione netta, che non lascia spazio a interpretazioni folkloristiche.

Trasporti e isolamento: «Non è possibile»
Quando si entra nel tema della mobilità, la conversazione cambia ritmo: meno ironia, più rabbia lucida. Tabita parla per esperienza diretta. «Adesso sono a Ragusa, ma poi sto sempre tra Milano e Roma». E i conti li fa come li fanno in tanti: «Come dovrei partire per le vacanze dove ogni singola tratta si aggira intorno ai tre-quattrocento euro? E in più spesso non c’è più niente di diretto». Riconosce che qualcosa è stato fatto, ma sempre “a pezzi”: «Qualche piccolo cambiamento c’è stato… da Comiso c’è un aereo… io parto con una cifra normale che è 60 euro, posso cambiare volo». Ma il confronto con la normalità altrove resta impietoso: «Se dovessi partire con un aereo normale da Catania… si parla di 600 euro». Il quadro che dipinge è quello di un sistema che costringe a strategie assurde: «Non è proprio possibile». E quando si parla di infrastrutture, la frase più secca arriva senza giri: «Noi non abbiamo le strade e non abbiamo la ferrovia». Il paradosso, dice, è che esistono perfino stazioni “bellissime” rimaste antiche, «posti meravigliosi, da set», ma dove mancano però le «rotaie». E intanto lei è diventata “specialist” di pullman: «Io sono diventata negli anni, perché faccio la pendolare da 50 anni, una specialist dei bus».
Ficarra e Picone: «Maturati con leggerezza»
Sul metodo di Ficarra e Picone, Tabita è molto concreta: ciò che conta è la fiducia reciproca. «C’è un legame sincero, vero… di amicizia e grandissima stima». E soprattutto la conoscenza profonda dei loro tempi: «Io lo vedo se una cosa gli piace o non gli piace… glielo leggo negli occhi perché li conosco». C’è un’immagine che rende bene quanto siano “incisi” nella sua testa: «Io ho nelle orecchie la loro voce. Anche in diverse parti della giornata. A volte è come se fossero con me in quello che faccio…» . Poi un pensiero sul loro percorso: «È molto maturato… ma maturato con leggerezza, che è una cosa dei grandi».

Nessuna gerarchia tra cinema, tv e teatro. E «rinascita totale»
Quando si allarga il discorso al mestiere, Barbara rifiuta l’idea che esista un’arte più nobile delle altre, tra cinema, serialità o teatro. «Non esiste, in nessuna delle tre» dice, parlando di cinema, tv e teatro. E poi le trasforma in stanze, metaforicamente: «L’arte è come una casa: il salone, la cucina, la camera da letto». Il teatro è «la camera da letto», perché «è un luogo dove ti spogli totalmente». Il cinema è «il salone», dove si sta «sereni, tranquilli». La tv è «una cucina» perché i tempi sono diversi e «devi preparare da mangiare per tanta gente. L’arte è arte. Se non lo capisci vuol dire che non hai capito». Infine, il bilancio personale dell’anno: «Per me è stato un anno un po’ particolare… esco da una situazione familiare non molto facile e ho compiuto 50 anni». Ma proprio per questo, il ritorno sul set con Salvo e Valentino e l’incontro con Katia è stato decisivo: «È stato forse uno dei più bei regali dei primi 50 anni… per me un anno di rinascita totale». E la chiusura è già una dichiarazione d’intenti: «Io già sono nel 2026».
LEGGI ANCHE
James Cameron ora è miliardario: cosa significa davvero per il re del box office
LA FORMA IMPERFETTA DEI RICORDI I Elisa Faccioni: «La memoria non è un archivio, è un ponte vivo»





Lascia un Commento