ROMA – In un piccolo paese del Cilento, tra musica, sport e relazioni sentimentali, prende forma il racconto di una generazione sospesa tra vecchi modelli maschili e nuove consapevolezze. Oh Boys, selezionato alla Quinzaine des Cinéastes 2026 come unica opera italiana, affronta il tema della vulnerabilità maschile con uno sguardo ironico e intimo. Attraverso tre episodi intrecciati, il film mette al centro uomini incapaci di liberarsi dal bisogno di impressionare gli altri, mostrando quanto questo meccanismo condizioni ancora oggi il modo di vivere le emozioni e i rapporti umani. In questa intervista il regista racconta la nascita di Oh Boys, il legame personale con i temi affrontati nel film e il percorso che ha portato il cortometraggio fino a Cannes. Dall’esperienza vissuta nel Cilento durante il laboratorio creativo alla scelta di osservare le dinamiche maschili attraverso ironia e quotidianità, emerge il ritratto di una generazione sospesa tra il peso dei modelli tradizionali e il desiderio di costruire nuovi modi di vivere le emozioni.
“Oh Boys” affronta il tema della fragilità maschile con un tono leggero e ironico. Da dove nasce questa scelta?
«Non nasce con questo film ma con il mio corto precedente e credo che sia stata una cosa molto naturale perché quando ci siamo affacciati a queste tematiche quelli che ci interessava di più era raccontare con leggerezza perché la cosa che ci interessa di più è l’imbarazzo che si viene a creare quando si tende a mascherare questo tipo di fragilità ed è una cosa che mi ha sempre interessato e credo sia alla base di questo retaggio patriarcale e andando a esplorare questo tipo di disagio viene naturale che quando lo metti in scena diventa un po’ comico».
C’è stato un episodio o un’esperienza personale che ha dato origine al film?
«Sono delle tematiche che porto avanti da un po’, non lo faccio da solo c’è uno sceneggiatore con cui collaboro spesso che si chiama Paolo Carbone. In questo caso il progetto è nato come laboratorio quindi Premiere aveva già i fondi per realizzare il progetto e avevano bisogno di trovare dei filmmakers che potessero scrivere qualcosa nel luogo in cui loro avevano ricevuto i fondi, cioè Pisciotta in Cilento. Ci avevano affiancato altri due sceneggiatori che non conoscevamo, all’inizio abbiamo cercato di esplorare qualcosa di diverso ma c’era un’attrazione mia personale rispetto a questo tipo di tematiche e ci interessano perché le viviamo con molta contraddizione. Mi sento parte di una generazione che mette in discussione questo tipo di modo di stare al mondo però allo stesso tempo continuano a replicarlo, quindi ci troviamo in un limbo, tra quello che è il passato e quello che vorremmo fosse il futuro. Penso che noi uomini facciamo molta fatica a venire a patti con la nostra fragilità e quindi abbiamo voluto rimettere in gioco queste tematiche sul luogo in cui dovevamo scrivere il film anche perché quando siamo arrivati là, abbiamo assistito a delle cose che mi hanno fatto pensare a quel tipo di dinamica perché essendo un paese molto piccolo e noi volevamo girare il film lì, le persone erano molto contente e coinvolte. Mi ha stupito che fossero principalmente uomini e ci tenevano tanto a volerci impressionare e questa dinamica è stato l’incidente scatenante di quello che poi è diventato il film».
Perché hai scelto proprio un piccolo paese di mare come ambientazione della storia?
«È stato il posto a scegliere noi perché il Comune di Pisciotta aveva ricevuto dei fondi e hanno chiamato Premiere che ha aperto un bando per selezionare dei filmmakers e hanno selezionato me e altri tre ragazzi tra cui il mio sceneggiatore e quindi eravamo obbligati a scrivere un film per il posto. Credo che Premiere mi abbia selezionato perché il mio corto precedente era ambientato sul mare, poi la mia famiglia è di Napoli perciò conoscevo il Cilento».
Nel film musica, sport e relazioni diventano tre spazi in cui si manifesta la competizione maschile. Cosa rappresentano per te?
«Volevamo declinare la tematica in più contesti diversi. Volevamo raccontare persone che hanno una dipendenza dallo sguardo altrui, ci erano venute in mente tante idee e poi abbiamo selezionato quelle che secondo noi potevano funzionare di più sia nel luogo in cui eravamo e sia delle cose che fossero molto collegate allo sguardo altrui: lo sport che è l’emblema della competizione, la musica che è per un musicista molto importante dover impressionare e poi anche l’amore perché anche lì si tratta di impressionare l’altro soprattutto in una fase iniziale. E poi era bello poter creare un film dove lo spettatore non sa dove sta andando e cerca di mettere lui stesso i pezzi per capire cosa il film sta cercando di fare».
Nel film la vulnerabilità sembra diventare quasi un gesto rivoluzionario. Pensi che oggi gli uomini abbiano ancora paura di mostrarsi fragili?
«Secondo me sì ovviamente. È il motivo per cui siamo una società che sfocia in femminicidi e violenza. Deriva da questo piccolo semino che noi andiamo a esplorare nel film, poi secondo me questo tipo di retaggio non vale solo per gli uomini ma per tutti però è un atteggiamento che deriva da mille anni fa dove l’uomo è stato dominante e per esserlo non deve essere fragile e questo tipo di mentalità continua a influenzare la società ancora oggi e con questo film volevamo aprire una domanda: “Come ci sentiremmo se non avessimo bisogno di impressionare l’altro? Cosa succederebbe?”. Però volevamo farlo senza moralismo, quindi nel film non diamo una risposta a questa cosa».
Essere l’unico italiano selezionato alla Quinzaine des Cinéastes 2026 che significato ha per te?
«Secondo me è soltanto una mia fortuna personale in un sistema che quest’anno è stato sfortunato anche per via del fatto che è un periodo in cui il cinema si sente ed è poco supportato in Italia però allo stesso tempo fa anche un po’ paura e c’è molta più attenzione mediatica di quello che potrebbe ricevere un cortometraggio normalmente. Sono molto felice di essere alla Quinzaine des Cinéastes perché era uno dei miei sogni».
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