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Io sono Felice: Michel Zampino e Antonio De Lucia raccontano l’anima libera di Felice Andreasi

I registi Michel Zampino e Antonio De Lucia ripercorrono il documentario dedicato a Felice Andreasi: un viaggio tra pittura, cabaret, il rifiuto del divismo e la ricerca di una libertà assoluta.

ROMA – Attore, cabarettista, umorista e anima profondamente libera. Felice Andreasi è stato una figura iconica nel panorama culturale italiano, capace di spaziare dai successi del cabaret al grande teatro fino ai ruoli più iconici sul grande schermo, sempre lontano dalla corsa al divismo. Con il documentario Io sono Felice, i registi Michel Zampino e Antonio De Lucia scelgono di superare la biografia tradizionale per restituire un’evocazione intima e viscerale della sua arte. In questa chiacchierata ci raccontano la genesi del progetto, il rapporto di Andreasi con la pittura e il successo, fino al contrasto tra la sua comicità dissacrante e il conformismo di oggi

Dite che questo film non vuole semplicemente ricordare Felice Andreasi, ma evocarlo. Quando avete capito che una biografia tradizionale non sarebbe stata sufficiente per raccontarlo?

MICHEL: Innanzitutto Felice era un personaggio atipico, libero, imprevedibile. Proporre una biografia classica, lineare, sarebbe stata una scelta poco coerente con il suo stile. Inoltre, per svelare il carattere o l’anima più autentica di un artista, non è necessario, secondo me, essere esaustivi. Bastano alcuni frammenti significativi, gli aneddoti giusti per far riflettere lo spettatore e raccontare l’uomo. Per esempio, il fatto che Felice fosse disposto a rifiutare un ruolo preferendo andare a funghi la dice lunga sulle sue priorità.

ANTONIO: Michel e io volevamo discostarci dalla struttura biografica in cui solitamente si ricostruisce l’intero percorso artistico. Ci interessava far risaltare il dilemma interiore del personaggio: fare il pittore per tutta la vita o dare spazio a un talento innato per la recitazione? Ricordiamo che Felice era un autodidatta, non prese mai lezioni di recitazione. Ci resta tuttavia il rammarico di non aver potuto intervistare Cochi Ponzoni, che sicuramente avrebbe aggiunto osservazioni interessanti su questa doppia anima che viveva il suo collega e amico Andreasi, che durante gli anni milanesi al Derby Club dovette trascurare molto la pittura.

Andreasi aveva un talento naturale per stare in scena, eppure sembra quasi che il successo non gli interessasse davvero. In un’epoca come la nostra, ossessionata dalla visibilità, che cosa può raccontarci un artista che invece sceglie di sottrarsi?

MICHEL: Ci dice che a volte bisogna riappropriarsi della propria vita. Al di là del rischio narcisistico, la frequentazione ad oltranza dei social può trasformare l’esistenza in una narrazione continua. È vero che il mondo dello spettacolo spinge i protagonisti a occupare costantemente lo spazio, a raccontarsi anche fuori dal set o dal palcoscenico. Fa parte del gioco: bisogna dimostrare di essere sempre “attivi”, mentre la quotidianità della maggioranza degli attori è fatta di inattività. Era già così all’epoca di Felice, prima della rivoluzione digitale. La sua scelta di allontanarsi dai riflettori per vivere da eremita in campagna è un’opzione estrema, forse non consigliabile per chi intraprende una carriera nello show business, ma che può essere benefica se vissuta a intermittenza: serve per guardarsi dentro, comporre e scrivere senza farsi condizionare da false urgenze. Si dice che il silenzio e l’isolamento siano propizi alla creazione, un po’ come chi ritiene che il miglior Beethoven sia quello del periodo della totale sordità. Per Felice, il piacere di dipingere nel silenzio del suo atelier valeva più della fama, così come il contatto con la natura e la terra. Torna in mente la metafora di Voltaire: «Bisogna coltivare il proprio giardino».

ANTONIO: Il successo come attore stuzzicava sicuramente l’ego di Andreasi e ne fu profondamente gratificato. Il cabaret prima e il teatro poi — con sole tre tournée, ma memorabili, al fianco di Buazzelli, Gianrico Tedeschi e del duo Gaber-Jannacci — lo appassionavano enormemente. La performance dal vivo era la dimensione a lui più congeniale. Con il cinema il rapporto fu differente: sceglieva solo determinati ruoli, rifiutandone molti altri senza alcun rimpianto. La sua “sottrazione” era naturale, perché prevaleva sempre l’urgenza di dipingere o la semplice passione per la ricerca dei funghi.

Tra i materiali che avete ritrovato ce ne sono alcuni molto intimi e privati. C’è stato un momento in cui vi siete chiesti fin dove fosse giusto entrare nell’uomo Andreasi e dove, invece, fosse necessario fermarsi?

MICHEL: Alcune immagini lo mostrano già malato nel 2004 e sono passaggi che abbiamo utilizzato con parsimonia, perché lontani dalla vitalità naturale del personaggio. Per il resto non ci siamo posti limiti o autocensure. Sarebbe stato un peccato, considerato il taglio indipendente del progetto, l’eclettismo di Felice e la sua totale libertà di tono. Anzi, avremmo voluto svelare ancora più aspetti, come il suo straordinario talento per le imitazioni esilaranti, incluse quelle del Papa.

ANTONIO: Sì, non c’è stato un reale bisogno di contenersi. I materiali privati che avevamo a disposizione erano già stati approvati in passato dallo stesso Felice per un precedente video-ritratto e per la biografia cartacea uscita postuma nel 2016.

Andreasi appartenne a una comicità dissacrante, surreale, a volte feroce. Guardandola oggi, avete mai pensato: “Questa cosa oggi non si potrebbe più fare”?

MICHEL: Lo abbiamo pensato continuamente. Il contrasto con il conformismo odierno ci appariva sempre più evidente via via che sviluppavamo il film. A raccontarlo molto bene nel documentario è stato Stefano Sarcinelli, uno degli intervistati.

ANTONIO: Nel film sia Stefano Sarcinelli sia Flavio Oreglio spiegano chiaramente perché la comicità di Felice, pur essendo ancora attualissima, oggi rischierebbe di essere osteggiata o fraintesa. I tempi sono indiscutibilmente cambiati, ma i temi di fondo del suo umorismo restano di grande attualità. Andreasi non puntava il dito contro il singolo fatto di cronaca, ma prendeva di mira l’essere umano nella sua totalità — i suoi vizi, i tic e i difetti — ricavandone un decalogo che parla ancora direttamente a tutti noi.

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