ROMA – C’è qualcosa di vagamente archeologico nel modo in cui continuiamo a discutere di cinema italiano. Ogni stagione dissotterriamo le stesse domande, le spolveriamo con cura e le disponiamo nuovamente sul tavolo: perché il pubblico non va più al cinema? Perché i nostri film incassano poco? Perché la Francia sì e noi no? Dove sono finiti i grandi autori? E, immancabile, dove sono i giovani? Forse sarebbe il caso di rovesciare la domanda. Non dove sono i giovani, ma quanto tempo concediamo loro per non esserlo più.
Perché un cinema non si rinnova semplicemente facendo esordire qualcuno. Si rinnova consentendogli di avere una storia. Una traiettoria. Perfino una serie di errori. Federico Fellini non è Lo sceicco bianco, Michelangelo Antonioni non è Cronaca di un amore, Bernardo Bertolucci non è La commare secca. E Nanni Moretti non sarebbe diventato Moretti se dopo Io sono un autarchico qualcuno gli avesse spiegato che i numeri non erano sufficienti per rischiare ancora. Un autore, d’altronde, non è un’epifania. È una sedimentazione.
E invece il cinema italiano sembra essersi progressivamente innamorato dell’esordio e disinteressato della biografia. Celebriamo l’opera prima, inventiamo premi per l’opera prima, sezioni per l’opera prima, bandi per l’opera prima, proclamiamo ogni anno la nascita di una nuova generazione e poi, con singolare puntualità, ci dimentichiamo di chiederci dove quella generazione sia finita cinque anni dopo.
È questo, forse, uno degli equivoci più profondi quando parliamo della cosiddetta crisi del nostro cinema.
Non è soltanto una questione di trovare nuovi registi. E non è nemmeno, almeno non più, semplicemente permettere loro di realizzare un primo lungometraggio. Il problema comincia esattamente un minuto dopo. Quando le luci del festival si sono spente, gli applausi sono terminati, le recensioni sono state pubblicate e quel piccolo film rivelazione ha consumato le sue poche settimane – qualche volta i suoi pochi giorni – in sala. A quel punto il regista dovrebbe fare una cosa apparentemente banale: un altro film. Ed è lì che, molto spesso, comincia il deserto.
Qualche giorno fa, parlando con Fulvia Caprara per Hot Corn, siamo arrivati inevitabilmente a questo punto. E c’è un’immagine che mi è rimasta addosso: quella del «giovane autore» italiano che giovane, anagraficamente, non lo è più da parecchio tempo. Paolo Strippoli, oggi trentatreenne, ha raccontato recentemente di aver assistito alla presentazione di un collega quasi cinquantenne, al secondo film, annunciato sul palco come un «giovanissimo regista». Non era una battuta. Ed è proprio questo a rendere l’episodio straordinariamente rivelatore.
Perché un sistema cinematografico che considera giovane un autore di cinquant’anni non ha un problema con l’anagrafe. Ha un problema con il tempo. Pensiamo banalmente a Nanni Moretti: Io sono un autarchico nel 1976, Ecce bombo nel 1978, Sogni d’oro nel 1981, Bianca nel 1984, La messa è finita nel 1985. In meno di dieci anni un autore aveva avuto la possibilità non soltanto di esordire, ma di contraddirsi, affinarsi, cambiare, trovare un pubblico e soprattutto costruire un immaginario. Non è nostalgia. E sarebbe persino sciocco trasformare gli anni settanta o ottanta in un’arcadia cinematografica perduta. Sono cambiate l’industria, la società, la televisione, la distribuzione, il pubblico, il costo dell’attenzione. È cambiato praticamente tutto.
Abbiamo costruito invece un sistema nel quale all’esordiente chiediamo spesso qualcosa di paradossale. Deve essere nuovo, ma rassicurante. Originale, ma riconoscibile. Personale, ma universale. Autoriale, ma commerciabile. Economico, naturalmente. Festivaliero quando serve. E possibilmente deve anche trovare subito un pubblico, perché se il primo film non funziona abbastanza il secondo diventa improvvisamente un privilegio da riconquistare. È una selezione darwiniana applicata all’immaginario. Eppure la storia del cinema è piena di film imperfetti senza i quali non sarebbero esistiti quelli perfetti. Piena di deviazioni, insuccessi, opere minori, tentativi. Abbiamo soltanto smesso di concedere ai nuovi autori il lusso che abbiamo concesso ai vecchi: il diritto ad avere una filmografia.
Poi contempliamo gli incassi e decretiamo che «il pubblico non c’è». È una conclusione rassicurante perché assolve praticamente tutti. Molto meno rassicurante sarebbe domandarsi se abbiamo ancora la pazienza industriale necessaria per costruirlo, quel pubblico. Il rapporto tra uno spettatore e un autore non nasce attraverso una campagna social di dieci giorni. Nasce attraverso il tempo, la riconoscibilità, i film. Nasce quando uno spettatore incontra un’opera, poi una seconda e magari alla terza riconosce uno sguardo prima ancora di leggere il nome sul manifesto. È così che nasce un regista capace, un giorno, di portare qualcuno in sala anche soltanto con la propria firma. Ma per arrivare al terzo film bisogna aver potuto fare il secondo.
E poi c’è un’altra questione, forse persino più importante. Nella conversazione che ho avuto con Fulvia Caprara per Hot Corn è emersa una considerazione da condividere profondamente: il cinema italiano racconta troppo poco il Paese. Un’affermazione che meriterebbe di essere presa alla lettera. Guardare fuori dalla finestra. Guardare le città che cambiano e le province che sembrano immobili mentre cambiano anch’esse. I ragazzi che se ne vanno. Quelli che tornano. Quelli che vivono a trent’anni come i loro genitori vivevano a venti e quelli che a venticinque hanno già rinunciato all’idea di poter vivere come loro. Il grande cinema italiano del novecento non era grande perché pretendeva di raccontare l’Italia, lo era perché non riusciva a evitare di farlo.
La commedia all’italiana poteva farci ridere di un sorpasso automobilistico e, nel frattempo, raccontare un paese precipitato dentro il boom economico. Pasolini poteva entrare nelle borgate. Risi osservare la nuova borghesia. Antonioni l’incomunicabilità di una classe sociale. Fellini trasformare una strada, una provincia o un ricordo in un universo. Moretti raccontare una generazione semplicemente facendola parlare. Film dentro l’Italia.
Il paradosso è che continuiamo a invocare il nuovo mentre facciamo di tutto per sterilizzarne l’imprevedibilità. Vogliamo nuovi registi, possibilmente accompagnati da attori già riconoscibili. Nuove storie, purché somiglino abbastanza a qualcosa che ha già funzionato. Nuovi linguaggi, purché non disorientino troppo. E soprattutto vogliamo risultati immediati. Questioni decisive, naturalmente. Ma che vengono dopo una domanda ancora più semplice: quale cinema vogliamo mettere dentro quelle sale? Facciamo crescere i registi. Facciamogli fare un primo film. Poi un secondo. Magari meno riuscito. Magari sbagliato. Magari un fallimento. E poi lasciamogli fare il terzo. Perché forse la crisi del cinema italiano non è soltanto una crisi di spettatori. È una crisi di posterità. Bravi a celebrare le nascite e molto meno capaci di accompagnare le crescite.
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