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Da Omero agli algoritmi: l’Odissea diventa il primo lungometraggio creato dall’AI

Dura 135 minuti, reinterpreta il mito di Ulisse ed è stato realizzato senza troupe, set o attori tradizionali. Il progetto rilancia il dibattito sul futuro del cinema e sul ruolo dell’AI nella creazione audiovisiva.

ROMA – Mentre Hollywood continua a interrogarsi su come integrare l’intelligenza artificiale nei processi creativi, c’è chi ha deciso di fare un passo ulteriore: realizzare un lungometraggio interamente generato dall’AI. Si intitola Odysseus: The Fall ed è il primo progetto di questo tipo a cercare una distribuzione internazionale, presentandosi come un vero e proprio film, della durata di 135 minuti, costruito quasi esclusivamente attraverso strumenti di intelligenza artificiale.

Dietro il progetto c’è Fountain 0, studio specializzato nella produzione audiovisiva con strumenti generativi fondato dal musicista e artista iraniano-britannico Ash Koosha, da anni impegnato nella sperimentazione tra cinema, musica e nuove tecnologie. L’obiettivo non è competere con le grandi produzioni hollywoodiane, ma dimostrare che oggi è possibile realizzare un lungometraggio complesso con un modello produttivo completamente diverso rispetto a quello tradizionale.

Un’Odissea riletta attraverso l’AI

Come suggerisce il titolo, Odysseus: The Fall prende spunto dal poema di Omero, ma non si presenta come una trasposizione classica dell’Odissea. Il film rielabora il mito attraverso un’estetica fortemente stilizzata, con immagini che richiamano la pittura digitale e l’animazione contemporanea, sfruttando modelli generativi per creare ambientazioni, personaggi e sequenze narrative.

Il progetto arriva in un momento particolarmente simbolico: proprio nelle sale sta approdando The Odyssey di Christopher Nolan, una delle produzioni più ambiziose degli ultimi anni. Due opere ispirate allo stesso mito, ma realizzate seguendo filosofie produttive quasi opposte: da una parte un kolossal da centinaia di milioni di dollari girato in pellicola IMAX, dall’altra un esperimento costruito quasi interamente attraverso algoritmi.

L’AI non più come strumento, ma come autore

Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto sul suo utilizzo come supporto alla pre-produzione, agli effetti visivi o al montaggio. Registi come Martin Scorsese, Steven Spielberg, James Cameron e Peter Jackson hanno parlato dell’AI come di uno strumento destinato ad affiancare il lavoro creativo, senza sostituirlo.

Odysseus: The Fall sposta però la discussione su un piano diverso. Qui l’intelligenza artificiale non interviene soltanto in una fase della produzione, ma diventa il motore dell’intero processo creativo. Una prospettiva che inevitabilmente riapre interrogativi sul concetto stesso di autorialità e sul ruolo degli artisti in un’industria sempre più influenzata dalle tecnologie generative.

Un esperimento che divide

Non sorprende che il progetto abbia già suscitato reazioni contrastanti. Da una parte c’è chi lo considera un laboratorio capace di anticipare nuovi modelli produttivi, potenzialmente utili soprattutto per il cinema indipendente e per i filmmaker con risorse limitate. Dall’altra, molti professionisti del settore continuano a esprimere forti perplessità, soprattutto per le questioni legate al diritto d’autore, alla trasparenza dei dati utilizzati per addestrare i modelli e alla possibile sostituzione di alcune figure professionali.

Le polemiche degli ultimi mesi intorno agli attori virtuali e ai contenuti completamente generati dall’intelligenza artificiale dimostrano come il tema sia ancora lontano dall’essere risolto. Il caso della performer digitale Tilly Norwood, ad esempio, ha alimentato un acceso confronto tra innovazione tecnologica e tutela del lavoro artistico.

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