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SANREMO 2026 I Nayt con “Prima che”

Nayt arriva all’Ariston con “Prima che” un artista con una scrittura che, nell’urban italiano, non ha mai cercato scorciatoie

ROMA – Di Gabriele Scarsella.

William Mezzanotte, romano classe 1994, è cresciuto nell’underground, tra barre tecniche e voglia di rivalsa, costruendo insieme al produttore 3D la trilogia Raptus: tre capitoli che gli hanno dato un’identità precisa, feroce e lucidissima. Ma chi ha seguito davvero il suo percorso sa che dentro quella penna non c’è mai stata solo rabbia. C’era già un lato più fragile, che con Un Bacio aveva iniziato a farsi spazio e che negli anni è diventato centrale.

Con Mood e poi con Doom, Nayt ha allargato il suo linguaggio: meno dimostrazione, più introspezione. Fino a Habitat, il progetto che lo ha portato davvero al grande pubblico, grazie a sonorità più melodiche e a un equilibrio sempre più maturo tra tecnica e sensibilità. Con Lettera Q ha completato una trasformazione: brani come “Di abbattere le mura (18 donne)” dimostrano una volontà chiara di usare la musica anche per prendere posizione. Il 20 marzo arriverà anche il nuovo album, IO INDIVIDUO.

Nayt a Sanremo 2026 debutta con Prima che: un titolo sospeso, incompleto. Il brano parla di distanza, di maschere, di schermi che ci separano mentre fingiamo di essere connessi. È una canzone sulla volontà di incontrarsi davvero, di togliere le sovrastrutture sociali e riconoscersi. Colpisce anche il modo in cui è nata: scritta in un giorno, in un flusso di coscienza. Per un artista abituato a cesellare ogni parola, è un dettaglio che dice molto: è istinto, ma consapevole.

Per la serata delle cover sceglie di omaggiare Fabrizio De André insieme a Joan Thiele, interpretando La canzone dell’amore perduto. Non è una scelta ad effetto, De André non è mai un repertorio neutro. Affrontarlo accanto a Joan Thiele, con la sua sensibilità elegante, lascia immaginare un’interpretazione che non cercherà di imporsi sul brano, ma di immergervisi.

Nayt arriva al suo primo Sanremo in un momento in cui la sua identità artistica non è più in costruzione, ma in piena consapevolezza. Non sembra interessato a reinventarsi per il contesto, né ad adattarsi a un palco che spesso tende a semplificare. Porta con sé la complessità che ha coltivato negli anni, quella scrittura che mette insieme tecnica e vulnerabilità, e che non offre risposte immediate ma invita a restare dentro le domande. In un Festival che amplifica tutto, la sua voce potrebbe distinguersi non per il volume, ma per la profondità con cui riesce a restare.

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