VENEZIA – Con No Other Choice (2025), Park Chan-wook torna al Lido vent’anni dopo Lady Vendetta e firma uno dei film più discussi dell’82ª Mostra del Cinema di Venezia. Tratto dal romanzo The Ax di Donald Westlake – già portato sullo schermo da Costa-Gavras in Le couperet – il regista coreano lo rilegge come una commedia nera corrosiva, che alterna con naturalezza momenti comici e lampi di violenza.
Il protagonista è You Man-su, interpretato da un intenso Lee Byung-hun: un uomo licenziato dopo 25 anni in fabbrica, travolto da colloqui di lavoro falliti, precarietà e dal timore di perdere la casa e la sua identità di padre e marito. Quel «non avevamo altra scelta» che si sente dire dall’azienda diventa la scintilla di una spirale sempre più cupa e paradossale. Schiacciato dall’umiliazione, Man-su sceglie di “crearsi un lavoro” eliminando i suoi concorrenti. Park ne ricava una serie di situazioni che oscillano tra il grottesco e l’angoscia, tra risate e paura.

Lee Byung-hun porta sulle spalle l’intero film con una prova sorprendente: fragile e minaccioso, capace di rendere credibile la metamorfosi da padre umiliato ad assassino determinato. Accanto a lui, Son Ye-jin dà spessore alla moglie Mi-ri, resa qui più centrale rispetto al romanzo: non una semplice presenza di contorno, ma coscienza morale che accompagna lo sguardo dello spettatore. Il resto del cast – da Park Hee-soon a Cha Seung-won – contribuisce a un ritratto collettivo che amplifica la tensione.
Park conferma inevitabilmente il suo talento: la fotografia di Kim Woo-hyung si muove su due ambienti domestici e industriali con tagli netti di luce, mentre il montaggio di Kim Sang-beom accentua il continuo slittamento di tono, sospeso tra farsa e tragedia. Le musiche di Jo Yeong-wook, ironiche e stranianti, rafforzano il contrasto tra l’orrore e la messa in scena quasi coreografata della violenza.

La forza di No Other Choice sta nel modo in cui riflette, con sguardo spietato, sulla società contemporanea: le logiche del lavoro, l’ossessione del ruolo di breadwinner, la fragilità dell’identità maschile di fronte all’esclusione economica. Park dialoga idealmente con il cinema sociale coreano – da Parasite in poi – e con quello politico europeo, senza rinunciare alla sua cifra personale: un umorismo nero che costringe a ridere proprio di ciò che dovrebbe spaventare.
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