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Woody Allen e la profonda modernità di Io e Annie

Gag sublimi e ridicole, la perfezione di Diane Keaton, Marshall McLuhan e gli amori finiti

Ogni uomo ha una donna borghese e intellettuale da lasciarsi alle spalle. Non prima però di averle dedicato un’elegia. E quarant’anni dopo i quattro Oscar (miglior film, regia, attrice protagonista e sceneggiatura), Io e Annie rimane ancora un’ineguagliabile radiografia del rapporto sentimentale. Senza il ritratto di Annie Hall, la filmografia di Woody Allen non sarebbe la stessa: è qui che il genio ebreo e newyorchese costruisce l’archetipo definitivo delle sue commedie e del suo personaggio. Lo fa relazionandosi a un alter ego femminile altrettanto brillante e impacciato, all’apparenza la perfetta dolce metà del suo modo di essere, la potenziale combinazione ideale: una Diane Keaton con le stesse passioni, la stessa ironia, le stesse patologie, le stesse nevrosi.

Diane Keaton: per Io e Annie vinse l’Oscar alla sua prima nomination.

«Sapete come si cerchi di arrivare alla perfezione almeno nell’arte, perché è talmente difficile nella vita». Più volte Woody si rivolge direttamente allo spettatore, liberandosi di ogni regola narrativa, temporale, razionale: memorabile la scena della coda al cinema quando piomba improvvisamente in suo aiuto il massmediologo Marshall McLuhan che smentisce fermamente un fastidioso vicino di fila intento a straparlare ed emettere sentenze su Federico Fellini. «Ragazzi, se la realtà fosse così». L’illogicità del corso degli eventi, la delusione delle aspettative, la confusione e la frammentarietà del quotidiano non sono mai stati sintetizzati in maniera così efficace ed esemplare come in questi novanta minuti.

Russell Horton, Woody Allen e Marshall McLuhan nella scena della fila al cinema.

Il miracolo di Io e Annie non è però solo di scrittura, ma anche tecnico, perché questo flusso incessante di episodi e situazioni è il risultato di un materiale di quattro ore, assemblato in modo impeccabile dal montatore Ralph Rosenblum al servizio più totale della sensibilità alleniana e del suo puzzle mentale. Nel finale, lo stesso Alvy Singer è consapevole che il suo viaggio a Los Angeles per chiedere a Annie di sposarlo sarà fallimentare: lo sa lui, lo sa Allen, lo sappiamo noi, e probabilmente neppure lui è così convinto della proposta. Qualsiasi altro regista non lo mostrerebbe, Woody lo fa: perché è un passaggio obbligato per chiudere con Annie, perché il film non è finzione, ma vita adattata al cinema.

Un altro colpo di genio di Io e Annie: l’inserimento dell’animazione.

L’amarezza di Io e Annie è controbilanciata da gag sublimi e ridicole, da oggetti e dettagli che assumono un ruolo non solo decorativo: il sapone nero, le montagne russe, gli autoscontri, le racchette da tennis, il ragno enorme da uccidere. Ciascuno può ritrovarci la sua allegoria preferita e la sua mancanza di senso, come nella barzelletta conclusiva con cui Allen riassume i rapporti uomo-donna: «Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». E il dottore gli dice: «Perché non lo interna?». E quello risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?».

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