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Una morte preannunciata da anni, quella del cinema: James Cameron si schiera dalla parte di Paramount per l’acquisizione di Warner Bros.

Tra sale in crisi, piattaforme streaming e le bordate di James Cameron a Netflix, il futuro della settima arte oscilla tra il buio della sala e il divano di casa.

James Cameron

ROMA – «Il cinema è morto» è una frase che rimbalza nell’aria da almeno trent’anni. Ogni crisi, ogni rivoluzione tecnologica, ogni cambio di abitudini la riporta a galla. Ma cosa significa davvero oggi dire che il cinema è in declino? E soprattutto: è davvero così?

Partiamo da un dato reale: le sale non fanno più i numeri di una volta. Un fenomeno che non nasce oggi, ma che si è accentuato con l’arrivo di nuovi dispositivi e modalità di intrattenimento. L’esempio più immediato è sotto gli occhi di tutti: passare minuti, talvolta ore, a scrollare un feed social sottrae tempo alla visione di un film. Lo stesso accade sulle piattaforme: l’abbondanza di titoli può paralizzare lo spettatore, che spesso rinuncia prima ancora di iniziare.

Il problema, quindi, non è tanto la qualità del cinema, quanto il cambiamento del suo ecosistema. E non è la prima volta che succede: già ai tempi del boom dei blockbuster si temeva che la sala potesse soccombere a un nuovo modello di consumo. Non è accaduto allora, e non è detto che accada oggi.

La domanda, però, resta: ha ancora senso distribuire un film in sala se due settimane dopo approderà in streaming? Un interrogativo complesso, che divide addetti ai lavori e spettatori.

A schierarsi con forza è stato James Cameron, intervenuto sul dibattito a partire dalla possibile acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros (e non di Netflix). Come spesso accade, il regista ha usato parole nette, criticando la strategia della piattaforma e definendola potenzialmente dannosa per la tenuta del cinema in sala. Per Cameron, le promesse di Netflix – tra cui la finestra cinematografica prima dell’arrivo in streaming – sarebbero soprattutto mosse di business per garantire ai film l’accesso agli Oscar.

Un punto non secondario, visto che da anni Netflix tenta di conquistare la statuetta come Miglior Film senza riuscirci. Secondo Cameron, però, per competere davvero bisognerebbe garantire una distribuzione in almeno 2000 sale per almeno 30 giorni, una soglia lontana dalle uscite limitate spesso riservate ai titoli originali della piattaforma.

Dall’altra parte, il ceo di Netflix Ted Sarandos sostiene l’esatto contrario: che la sua piattaforma stia, di fatto, salvando Hollywood in un momento in cui la sala sarebbe superata. Una visione che alimenta il confronto e riapre un dibattito antico quanto il cinema stesso: quale forma di distribuzione definisce cosa è “vero cinema”?

La verità, come sempre, si trova probabilmente nel mezzo. Le sale attraversano una fase complessa, le piattaforme modificano lo scenario e le strategie industriali cambiano velocemente. Più che decretare morti o rinascite, resta una certezza: il cinema continua a trasformarsi, come ha sempre fatto. Chi avrà ragione? Lo scopriremo osservando come evolverà – ancora una volta – l’industria che racconta le nostre storie.

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