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Giornata contro la violenza sulle donne: i “no” cantati dalle donne che hanno fatto la storia della musica italiana

Tutto comincia così: non da un pugno, ma da una parola che fa male. Oggi, 25 novembre, nella Giornata contro la violenza sulle donne, ricordiamo quanto le canzoni abbiano contribuito a liberare e dare voce alle donne.

ROMA – “Ci fanno compagnia certe lettere d’amore…” Sì, le lettere d’amore ci fanno compagnia, ci attraversano, ci illudono. Ma non sono – e non devono mai diventare — un’esca, un amo nascosto per far sì che una donna diventi “tua”, di tuo possesso. Tutto comincia così: non da un pugno ma da una parola che fa male. Non da un urlo ma da un “sei mia” di troppo. Non da una minaccia ma da un amore non sano che confonde i confini. Perché spesso la violenza sulle donne arriva da quel troppo amore fuori controllo che inizia silenziosamente e si trasforma in trappola. Fiorella Mannoia nel 1987 portò al Festival di Sanremo “Quello che le donne non dicono”, un brano sull’universo femminile. Un testo che allora sussurrava un “ti diremo ancora un altro sì”, figlio di un’epoca in cui la donna veniva raccontata soprattutto nella sua dedizione. Ma negli anni, con la forza dell’esperienza e della consapevolezza collettiva, la Mannoia ha trasformato il testo della canzone. Quel “Sì” è diventato un “No” che mette fine al possesso, che interrompe il filo tossico del controllo, che rompe il silenzio. Una rivoluzione? Può darsi. Sicuramente una evoluzione della condizione della donna. Ed è proprio attraverso questo passaggio — da quel lontano “sì” accondiscendente al “no” liberatorio — che si arriva a oggi, a dare voce e forza a un altro no.

Un altro brano che, riascoltato oggi, diventa ancora più potente per il tema della violenza sulle donne, è “La bambola” di Patty Pravo. Una canzone che molti hanno percepito come leggera, quasi pop, e che invece contiene una delle prime e più lucide denunce del possesso maschile. Quando la Pravo canta: “Tu mi fai girar… come fossi una bambola”, sta già dicendo tutto: una donna ridotta a oggetto, da muovere e trattenere. Ma il verso più incisivo, quello che oggi risuona come un grido contro la violenza di genere, è: “ Da stasera la mia vita tra le mani di un ragazzo, no”. È il no anticipatore, quello che precede leggi, movimenti, manifestazioni. Patty Pravo attraverso la musica dà forma a uno dei primi rifiuti al possesso e all’idea che una donna esista in qualità di bambola.

Se Patty Pravo ha annunciato il primo rifiuto al possesso, un’altra grande artista come Mia Martini, ha trasformato il dolore in parola diretta dando addirittura il titolo a una canzone: “Piccolo uomo”. E’ 1972 La canzone non è solo un brano d’amore che fa male, è un colpo netto alla prevaricazione maschile, un rifiuto chiaro e senza compromessi. In “Piccolo Uomo” c’è tutta la potenza del riconoscimento della donna che sa di meritare rispetto e che nessuno ha diritto di possederla. È un “no” che non chiede permessi, non cerca giustificazioni: è semplice, diretto, liberatorio. Piccolo ma forte. Con questo pezzo Mia Martini consegna un messaggio universale: resistere, denunciare, ribellarsi e accende la consapevolezza che la musica può essere un mezzo potentissimo anche di liberazione. In un mondo in cui il silenzio è stato spesso imposto alle donne, la musica è diventata nel tempo un’arma e un atto di ribellione. Perché una donna non si possiede, non si modella, non si stringe forte per paura di perderla ma si ascolta, si rispetta, si lascia libera.

La musica questo senso di libertà ce lo insegna da decenni, forse prima delle leggi, prima dei movimenti, prima delle statistiche sempre più disastrose. E se parliamo di libertà femminile nella musica italiana lasciatemi fare questo nome: Ornella Vanoni. Pioniera silenziosa e coraggiosa, è stata una delle prime a portare sul palco una femminilità indipendente, consapevole e indomita. Con la sua ironia elegante e la sua emancipazione naturale, la Vanoni ha mostrato che una donna può essere sensuale senza essere oggetto, autonoma senza essere giudicata. Ha cantato l’amore con passione e coinvolgimento senza mai esserne prigioniera: quello della donna che si appartiene da sola, prima di appartenere a chiunque altro.

Ornella Vanoni aveva solo acceso i riflettori sull’evoluzione della donna, la vera rivoluzione arriva con Gianna Nannini. Nel 1979 esce l’album America la cui copertina vede la Statua della Libertà impugnare un vibratore. Non è volgarità, è forse una provocazione con l’autoerotismo che diventa dichiarazione di emancipazione. Gianna Nannini, voce graffiata e stile ribelle, con la canzone “America” afferma una verità sottile ma dirompente: la donna si bastava da sola. Esprimeva una nuova condizione esistenziale della donna. Non una protesta contro il maschile, ma una affermazione della propria interezza. Il piacere femminile con questo brano non è più un tabù. La copertina manifesto di Gianna invita, attraverso la sua musica, a una rivoluzione sessuale e culturale: non solo di libertà come stile di vita, ma di libertà anche nel vivere l’intimità, un grande messaggio per il tema della violenza sulle donne.

Oggi 25 Novembre, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, fare luce su tematiche attraverso le canzoni, significa riconoscere che la musica è stata e continua a essere uno dei linguaggi più coraggiosi della libertà femminile. Nel corso degli anni molte altre artiste hanno continuato a cantare non solo la violenza, ma la forza e la rinascita. Donne che hanno trasformato la musica in un’arma non per ferire, ma per guarire ed aiutare. Voci che hanno insegnato alle nuove generazioni che il coraggio può avere un suono, un verso, una melodia. La violenza si combatte ogni giorno facendo parlare ciò che per troppo tempo è stato nascosto. E quando una donna canta la sua verità, quella verità diventa collettiva, diventa storia, diventa resistenza. E in quel coro può diventare Una Nessuna e Centomila!

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