in

Thor: Love and Thunder | L’estro di Taika Waititi e il lato più anarchico della Marvel

L’Asgardiano di Chris Hemsworth è l’eroe che più si è evoluto nell’MCU. E il 29° film della saga lo dimostra…

Thor: Love and Thunder, tra arcobaleni e oscurità
Thor: Love and Thunder, tra arcobaleni e oscurità

ROMA – Subito, due cose: Thor è l’eroe che più si è evoluto in oltre dieci anni di Marvel Cinematic Universe. Con lui, di pari passo, le note attoriali di Chris Hemsworth, ormai a suo agio nei panni dell’Asgardiano, caratterizzato da tante macchie e tanta paura (rivedete il Thor del 2011 per capire le differenze). La seconda, i Marvel Studios hanno (quasi) abbandonato la percezione epica dei propri film per lasciare molto più spazio al fattore umano, normalizzando le figure mitiche che abbiamo imparato a conoscere, e ad amare. Concetto, questo, rafforzato nello schizofrenico e inarrestabile Thor: Love and Thunder che, oltre sottolineare (qualora ci fosse il bisogno) il talento visionario ed estroso di Taika Waititi (qui anche sceneggiatore e doppiatore di Korg), offre un’interessante revisione di concetti come il divino, la percezione che abbiamo delle religioni e dei culti, che vanno a mischiarsi – oggi più che mai – con la contro-cultura pop fatta di leggende laiche non meno influenti e, perché no, non meno importanti.

Thor, in cerca di pace...
Thor, in cerca di pace…

Perché, oltre la globalizzazione mitologica e religiosa, c’è prima di tutto una visione soggettiva. Siamo noi a scegliere in cosa credere, ancora noi a scegliere da che parte stare. Allora, non stupisce che la normalizzazione passi attraverso un Dio del Tuono che, dopo i traumi di Avengers: Endgame, cerca in tutti i modi di trovare la pace interiore, aiutando non senza goffaggine (a proposito di evoluzione…) i Guardiani della Galassia. Almeno fino a quando una minaccia incombe: Gorr (Christian Bale), sconvolto dalla morte di sua figlia, vuole vendicarsi sulle divinità del cosmo. Per fermalo, Thor torna da Valchiria (Tessa Thompson), a New Asgard, dove – in un surreale scontro emozionale – ritrova nientemeno che Jane Foster (Natalie Portman), diventata Mighty Thor. Qui inizia il viaggio di Thor: Love and Thunder, costruito da Waititi come se fosse un’incandescente e divertente farsa – almeno nella prima ora – dove viene messo in discussione addirittura il senso stesso degli eroi.

“Mai incontrare i propri miti”, dice uno spiantato Thor, in balia delle correnti amorose verso la sua Jane, mentre è impegnato ancora una volta a salvare l’universo. Così, il regista, che sembra non conoscere il freno ma anzi accelera su battute, battutacce, goliardia e svolte quasi parodistiche, sceglie di costruire il ventinovesimo (!) film dell’MCU come se fosse una sorta di concerto rock, nel quale il volume è sempre al massimo (in questo caso i riff sono quelli dei Guns N’ Roses) e la colorata scenografia finisce per dare un senso compiuto al film stesso. I colori dell’arcobaleno, solcati da Thor, Jane, Valchiria e Korg, servono per aprire gli squarci nel mondo oscuro e arrabbiato di Gorr, che ha prosciugato benevolenza e pietà dopo aver perso la cosa più preziosa di tutte. Un grande cattivo, dunque, che dona profondità al film: Gorr è dolente e crepuscolare, disegnato da un Christian Bale che non supera mai il confine dell’artificio, ma anzi diventando una specie di angelo maledetto vittima di una fede che ha finito per tradirlo.

Natalie Portman e Chris Hemsworth
Natalie Portman e Chris Hemsworth

Ecco, tra svolte cromatiche e incessanti e spassosi ammiccamenti, Thor: Love and Thunder segna un ulteriore sorpasso nell’Universo Marvel, mescolando il sacro al profano (letteralmente), la goliardia al dramma, sbilanciando così l’intenzione di essere un’opera spudoratamente anarchica e imprevedibile. Sia visivamente che narrativamente Waititi apre piani e sottotesti, satura e ridisegna l’immaginario mistico dei fulmini e delle saette, riunisce Thor e Jane ma, intanto, li considera due mondi opposti e separati, come dimostra il Mjolnir, simbolo del Dio, che adesso ha scelto di difendere una Jane diventa Mighty, intanto che lotta per una battaglia mai così personale. Perché, se tutto deve cambiare per far sì che nulla cambi, la sola strada possibile è difendere l’unica cosa per cui vale la pena sacrificarsi. Quale? L’amore, ovvio!

Qui il trailer del film:

Lascia un Commento

Jim Jarmusch, Adam Driver e perché riscoprire la poesia di Paterson

Lo chiamavano Trinità..., uno dei cult di E.B. Clucher

E.B. Clucher: a 100 anni dalla nascita Roma omaggia un regista da riscoprire