CORTINA – Tra neve, elicotteri e operazioni di soccorso, Thanks for Your Service si è imposto a Cortinametraggio come uno dei corti più intensi e spettacolari, conquistando anche il Premio OBE. Diretto da Jonathan Elia e interpretato, tra gli altri, da Filippo Librando, il progetto nasce in collaborazione con l’Aeronautica Militare e sceglie di raccontarne un lato meno convenzionale, più umano e intimo. Dalla costruzione della storia alle riprese in condizioni estreme, fino al lavoro attoriale sul corpo e sulle emozioni, ecco cosa ci hanno raccontato il regista e uno dei protagonisti.
Jonathan Elia

Da dove nasce l’idea di questa storia?
L’idea è nata l’anno scorso, durante la precedente edizione del Cortinametraggio. In quell’occasione l’Aeronautica aveva lanciato una proposta: sviluppare un progetto cinematografico invitando i registi a presentare le proprie idee. Parlando con loro, era emersa la volontà di raccontare anche un lato più “civile” di una realtà comunque militare. Quella stessa sera ho immaginato una donna con sua figlia, e lì ho capito che quella era la storia. Da quel momento è nato tutto: in pochi giorni ho scritto una prima bozza di sceneggiatura e l’ho inviata.
All’inizio erano molto entusiasti, ma poco dopo mi hanno ricontattato dicendo che non esistevano donne in quel ruolo specifico, quindi il progetto non poteva andare avanti così com’era. Ma per me la protagonista doveva essere una donna, cambiarla avrebbe significato stravolgere tutto, soprattutto il rapporto con la figlia. Poi, hanno deciso di procedere comunque. Anzi, la scelta di una figura femminile, secondo loro, dava ancora più intensità alla storia.
Per quanto riguarda la realizzazione: il risultato finale corrisponde a come lo aveva immaginato?
Dal punto di vista registico è difficile ottenere esattamente ciò che si ha in mente, anche con grandi budget. Tuttavia, più tempo si ha a disposizione, più ci si avvicina all’idea iniziale. Bisogna comunque fare i conti con la realtà, soprattutto quando si gira in condizioni complesse, come sulla neve con un elicottero.
A livello stilistico il risultato è molto vicino a ciò che immaginavo. Volevo proprio quel tipo di inquadrature. Avevamo solo due voli in elicottero per le riprese, con otto camere e due droni. Io ero a bordo ed è stata, probabilmente, l’esperienza di ripresa più bella della mia vita, davvero incredibile.
L’Aeronautica vi ha fornito i mezzi?
Sì, abbiamo fatto diversi incontri preparatori. La parte tecnica è stata fondamentale, soprattutto per chi, come me, non aveva mai avuto a che fare con elicotteri o operazioni di soccorso.
Quanto sono durate le riprese?
Sei giorni: due a Dobbiaco, dove però, a causa del maltempo, siamo riusciti a realizzare solo riprese con i droni, e altri quattro/cinque giorni tra Terminillo e Roma per completare il lavoro. La fase di pre-produzione è stata lunga e approfondita: abbiamo visitato le basi e ci siamo confrontati con il colonnello Martinelli, oltre che con piloti, capitani e aerosoccorritori. Questo lavoro ci ha permesso di costruire una forte credibilità. La soddisfazione più grande è stata sentire, da chi vive davvero queste esperienze, che il risultato era realistico.
Come è stato scelto il cast?
Ho partecipato attivamente alla selezione. All’inizio non avevo idee precise, ma con il tempo si tende a lavorare con persone con cui ci si è trovati bene, sia sul piano professionale che umano. Per il ruolo principale cercavamo una donna con una doppia natura: delicata ma al tempo stesso forte. Rosa aveva esattamente queste caratteristiche, anche perché è appassionata di alpinismo. Alessandro Tersigni è arrivato tramite casting: inizialmente non lo avevo considerato, ma insieme funzionavano molto bene. Poi ci sono Filippo e Riccardo, con cui collaboro spesso: attori estremamente versatili.
Secondo lei, come sta evolvendo il cortometraggio in Italia?
Negli ultimi anni il cortometraggio è cambiato molto. Oggi esiste una vera e propria cultura del corto anche grazie ai social e alla diffusione dei contenuti brevi. Negli Stati Uniti, ad esempio, esistono già produzioni pensate per il formato verticale. L’attenzione si è spostata verso contenuti più immediati, e questo potrebbe rappresentare un’opportunità anche per il cinema. Il cortometraggio può essere uno spazio di sperimentazione: un formato agile ma capace di raggiungere alti livelli qualitativi. Inoltre, stanno nascendo sempre più piattaforme dedicate. Sta a noi autori e produttori creare contenuti validi e competitivi. Questo progetto, ad esempio, è significativo anche perché appartiene a un genere poco sviluppato in Italia: il rescue movie. È un genere complesso e costoso, ma ricco di potenzialità, soprattutto se realizzato con cura.
Filippo Librando

Parliamo del ruolo di Hugo: com’è stato interpretarlo?
È stato un ruolo atipico. Di solito un attore lavora in condizioni più agevoli, mentre in questo caso il contesto era estremamente complesso, soprattutto per le riprese in ambiente innevato.
Restare per ore immerso nella neve è stata un’esperienza intensa, anche dal punto di vista emotivo. Ho cercato di vivere pienamente la scena, soprattutto perché dovevo rappresentare un attacco di panico. In passato ho sofferto di ansia, quindi ho attinto a sensazioni reali: palpitazioni, tensione. Poi, naturalmente, finito il “take”, è fondamentale riuscire a distaccarsi. Fa parte del lavoro dell’attore.
E dal punto di vista tecnico, com’era girare nella neve?
La scena è stata realizzata all’interno di una struttura artificiale, costruita con neve finta e ricoperta da neve vera, una sorta di igloo. Nonostante il freddo, la neve ha un buon potere isolante e, con un abbigliamento adeguato, la situazione risultava gestibile. Tuttavia, l’ambiente restava molto intenso e poteva generare una certa sensazione di claustrofobia.
Cosa ha pensato quando ha letto il copione?
All’inizio mi sono chiesto se fossi adatto. Le difficoltà principali erano tre: apparire più giovane, affrontare condizioni estreme e mantenere una forte connessione con gli altri attori.
Ho creduto subito nel progetto, anche se appariva molto ambizioso. Per prepararmi ho lavorato anche sul piano fisico: ho preso qualche chilo per rendere il volto più giovane e ho modulato la voce per renderla più credibile.
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