ROMA – Con una decisione destinata a scuotere il panorama retributivo del settore pubblico e, di riflesso, quello dell’industria cinematografica italiana, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il tetto agli stipendi fissato a 255.127,83 euro annui. La Sentenza n. 135/2025, depositata il 28 luglio 2025, ha un impatto diretto e immediato sul mondo del cinema, in particolare sul meccanismo del credito d’imposta legato ai compensi delle figure artistiche di punta.
Fino a ieri, il nuovo Decreto sul Tax Credit (D.I. 225/2024) aveva introdotto, all’articolo 5, comma 3, un limite al credito d’imposta onnicomprensivo riferibile al compenso di registi, sceneggiatori e attori, ancorandolo proprio al massimale previsto per i dipendenti pubblici. Tale limite era stato originariamente fissato a 240.000 euro lordi annui dall’articolo 13 del D.L. n. 66/2014, per poi essere adeguato all’inflazione fino alla cifra attuale. Esisteva inoltre una riduzione all’80% di tale importo per le opere di durata inferiore ai 180 minuti, come stabilito dal D.D. 26 giugno 2025. Questa architettura normativa, pensata per contenere la spesa, è stata ora smantellata.
La Corte Costituzionale, con la recente pronuncia, ha accolto le questioni sollevate dal Consiglio di Stato, non per entrare nel merito dei compensi del cinema, ma giudicando sull’indipendenza della magistratura. I giudici hanno ritenuto che un tetto fisso e duraturo, introdotto come misura temporanea nel 2014, minasse le garanzie economiche a tutela della magistratura. La Corte ha osservato che dopo oltre un decennio, la misura aveva perso il suo carattere di temporaneità, trasformandosi in una limitazione strutturale e permanente.
Per questo motivo, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 13, comma 1, del D.L. n. 66/2014, nella parte in cui fissava il limite a 240.000 euro, anziché mantenerlo agganciato dinamicamente al “trattamento economico onnicomprensivo del primo presidente della Corte di cassazione”, come originariamente previsto dall’articolo 23-ter del D.L. n. 201 del 2011. L’effetto pratico di questa sentenza è la reviviscenza del parametro mobile. Il tetto ai compensi non è più una cifra statica, ma torna a essere l’intera retribuzione del più alto magistrato italiano. Sebbene questo dato debba essere aggiornato, l’ultimo importo ufficializzato risale al 2014 e, come riportato dalla stampa specializzata, si attestava a 311.658,53 euro.
Questo significa che il massimale di compenso su cui calcolare il credito d’imposta per registi, sceneggiatori e attori si alza immediatamente e in modo significativo, in attesa dei futuri adeguamenti (sarà individuato un nuovo “tetto retributivo” con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti). Per le produzioni cinematografiche e audiovisive, ciò si traduce nella possibilità di riconoscere compensi più elevati ai talenti di punta, beneficiando di un credito d’imposta calcolato su una base più ampia. La decisione della Consulta, pur nascendo in un contesto lontano dai set cinematografici, riscrive una delle regole finanziarie chiave del cinema italiano, aprendo a nuove dinamiche contrattuali e a una maggiore competitività del paese nell’attrarre e remunerare le sue eccellenze artistiche.
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Articolo tratto da CineFO Insights, Cinema Finance Overview – Kido editore






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