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Rock e politica: Elvis & Nixon e quell’incontro che ha fatto storia

Lo Studio Ovale, una foto e due icone: perché (ri)scoprire il film di Liza Johnson

MILANO – Soltanto una foto documenta l’incontro che si è tenuto tra Elvis Presley e Richard Nixon nel dicembre del 1970. Quella foto è il punto d’arrivo – e punto di partenza – dell’irresistibile Elvis & Nixon di Liza Johnson, non un doppio biopic, non un ritratto approfondito e complesso di due delle figure più enigmatiche dell’America del Novecento, bensì altro, una commedia dell’arte da camera: due maschere comiche e decadenti che si temono, si rispettano, solidarizzano e simpatizzano, ironizzando sugli inglesi Beatles che deviano le giovani menti della cultura americana, definendo Woodstock “un pretesto per drogarsi, stare nudi e rotolare nel fango”, e confrontando le rispettive dimore, la Casa Bianca contro Graceland, che in fondo si assomigliano molto di più di quanto gli stessi proprietari di casa possano pensare.

Faccia a faccia tra Elvis e Nixon.

Non sanno ancora però che quel momento immortalato sarà uno degli ultimi traguardi popolari e mediatici della loro carriera: per Elvis comincerà gradualmente quel lento periodo di appannamento e autodistruzione che lo porterà a ingrassare e ad autoparodiarsi involontariamente sulle scene di Las Vegas fino alla morte nel 1977; per Nixon, lo scandalo di Watergate è dietro l’angolo e la sua fine politica ormai inevitabile. Ma perché l’uomo più potente del mondo e la rockstar più celebre del pianeta si vollero incontrare?

Michael Shannon e Colin Hanks.

Presley per ottenere il tesserino di “agente speciale aggiunto”, infiltrarsi come spia tra i movimenti hippie, tra cui è certo che si nascondano pericolosi emissari comunisti, e dare il suo contributo alla guerra alla droga. Nixon invece, dapprima contrario all’idea di ricevere Elvis, si fa convincere dalla possibilità di fare bella figura nei confronti della moglie e delle figlie e di ottenere un riscontro d’immagine positivo da parte dell’elettorato più giovane. Chiaramente il film della Johnson prende in giro con garbo e intelligenza i due personaggi destrorsi ed egocentrici, un po’ infantili ma indubbiamente divertenti, impersonati con sublime grandezza da Michael Shannon e Kevin Spacey.

L’Elvis di Michael Shannon.

Nonostante Shannon assomigli poco al Re di Memphis, il suo Elvis è credibile ed efficace, un uomo consapevole di non essere più il ribelle del Tennessee ma un’icona, uno spot promozionale, un oggetto di propaganda; Spacey invece pur evitando di scimmiottare lo stereotipo nixoniano, rende il presidente un individuo accessibile e farsesco, facilmente condizionabile dalle richieste stravaganti e dall’eccentrica spavalderia del suo ospite. E non c’è dubbio che la brillante e fantasiosa sceneggiatura di Joey e Hanala Sagal e Cary Elwes giochi le carte migliori proprio nella mezz’ora finale.

Il famoso scatto nello studio Ovale tra Elvis e Nixon.

In quella mezz’ora Nixon e Elvis sembrano voler prolungare quello spazio di reciproca simpatia maschile che si sono concessi, quasi illudendosi di ritardare per sempre gli scandali, il declino, la solitudine e la fine dei giorni di gloria.

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