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RECENSIONI I Cattiva strada: un esordio coraggioso che racconta la periferia senza filtri

Davide Angiuli esordisce alla regia con un coming of age drammatico e profondamente umano, con due protagonisti eccezionali. al cinema

ROMA – Nella periferia di Bari prende forma un racconto intenso e inquieto che segna l’esordio alla regia di Davide Angiuli. Il film mette al centro un incontro destinato a cambiare tutto: quello tra due giovani provenienti da contesti diversi, ma accomunati da un senso di smarrimento e dalla ricerca di un posto nel mondo. Il protagonista è Donato (Malich Cissè, talento emergente del cinema italiano, notevole nella sua interpretazione), un ragazzo che fatica a sbarcare il lunario. Tra un lavoro malpagato come custode di un parcheggio e la cura della nonna affetta da Alzheimer, la sua vita
sembra un equilibrio precario. Una sera Donato viene coinvolto in un episodio pericoloso: Agust (Giulio Beranek, intenso e convincente), giovane albanese legato ad attività criminali e a un codice d’onore arcaico e inflessibile, lo costringe a cedergli l’auto per fuggire dopo un furto. Il ragazzo perde così il lavoro e, da quel momento, si ritrova trascinato in un vortice senza uscita nel lato oscuro della città.

Giulio Beranek in una scena del film

Rapina dopo rapina, si legherà sempre più ad Agust, instaurando un rapporto che potrebbe offrirgli, finalmente, una sorta di famiglia e un senso di appartenenza inaspettato. A rendere fragile questo equilibrio interviene però il sentimento che nasce tra Donato ed Erina, sorella di Agust. La loro relazione si sviluppa in un contesto familiare rigidamente patriarcale, in cui le donne sono sottoposte a regole severe e limitanti. L’amore tra i due diventa così un gesto di rottura, un tentativo di affermare una libertà individuale in un ambiente che la nega. Proprio per questo, però, si rivela estremamente rischioso e destinato a entrare in conflitto con le logiche di potere e di controllo che governano la loro comunità.

Uno degli aspetti più interessanti del film è lo sguardo con cui Angiuli osserva i suoi personaggi e il mondo che li circonda. Il disagio di Donato, ad esempio, non viene trattato in maniera convenzionale ma deriva piuttosto da una condizione sociale segnata da precarietà ed esclusione. Ancora più incisiva è la rappresentazione di Agust: all’inizio appare come un uomo duro, interessato solo ai propri traffici, ma lentamente emerge un lato umano che lo lega profondamente a Donato. Probabilmente riconosce in lui qualcosa di sé stesso e nel “Vattene” pronunciato nell’ultima sequenza in cui appare, il gesto assume valore simbolico: un consiglio indiretto rivolto al giovane ragazzo, un invito a non percorrere la sua personale “Cattiva strada”. A rendere la storia così credibile sono soprattutto le interpretazioni: Cissè e Beranek mettono il proprio talento al servizio di una storia tesa e dolorosa, restituendo personaggi vivi e complessi. È un film decisamente crudo e profondamente realistico Cattiva strada, con spunti di attualità più che mai concreti e riconoscibili. Tuttavia, all’interno di questo contesto cupo emergono anche momenti di sorprendente delicatezza: piccoli spiragli di umanità che resistono alla brutalità dell’ambiente.

Un’immagine del set

Non è difficile intravedere, in questa sensibilità, un richiamo al cinema di Claudio Caligari e in particolare al suo Non essere cattivo, con cui il film condivide l’attenzione per le vite ai margini e per personaggi incapaci di sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Angiuli riesce però a costruire una voce personale, evitando ogni forma di imitazione e scegliendo di raccontare una storia che mette al centro, prima di tutto, l’umanità dei suoi protagonisti. Non li giudica né li condanna, ma
li accompagna dall’inizio alla fine, restituendone fragilità, contraddizioni e desideri con uno sguardo partecipe e autentico. Il risultato è un’opera prima coraggiosa. Un film che racconta la violenza senza spettacolarizzarla, che esplora il bisogno di appartenenza e di amore in un contesto che sembra negarlo, e restituisce un ritratto crudo ma profondamente empatico di una realtà spesso invisibile ma raccontata con l’intento di sensibilizzare lo spettatore.

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