ROMA – Come si definisce veramente l’identità di una persona? Attraverso la lingua che parliamo o il nostro patrimonio culturale? È la domanda che attraversa Un inverno in Corea, tratto dal romanzo di Elisa Shua Dusapin, un film che segue Soo-Ha, 25 anni, franco-coreana, vita piatta come il mare d’inverno, che lavora in una pensione al confine con la Corea del Nord. Lì arriva un uomo francese, uno che in silenzio accende in lei tutte le domande che ha sempre ignorato, soprattutto quelle sul padre che non ha mai conosciuto. A dirigere l’adattamento è Koya Kamura, regista franco-nipponico che qui racconta mondi sospesi; il film è un continuo stare in bilico: tra due paesi, tra due identità, tra due persone che si parlano spesso più con gli sguardi che con le parole. Come se il confine tra Nord e Sud fosse solo la metafora più evidente del vero confine: quello dentro Soo-Ha.
La cucina, ereditata dalla madre, diventa il suo modo per respirare, capirsi, restare ancorata a qualcosa. Un inverno in Corea parla a chi ha radici in più luoghi, ma anche a chi, almeno una volta, si è chiesto da che parte della propria storia stare. “Mi affascinano le storie in cui solitudini lontane finiscono per sfiorarsi”, afferma il regista. I suoi luoghi si aprono lentamente, come persone diffidenti che però, al momento giusto raccontano tutto.
Il film gioca con prospettive e linguaggi diversi, proprio come la sua autrice, la protagonista e lo stesso regista: tre identità che si riflettono l’una nell’altra, tutte alla ricerca di una forma, di una voce, di un posto da chiamare casa. Presentato in vari festival in tutto il mondo – Toronto, San Sebastián, Monaco, San Francisco – il film vede nel ruolo di Soo-Ha Bella Kim, ex modella al debutto sul grande schermo, affiancata da Roschdy Zem e Park Mi-hyeon. Un cast che, come il film, mescola provenienze e sensibilità. Da giovedì 11 dicembre al cinema con Wanted.

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