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L’altra Hollywood e l’ultimo grande eroe da rivalutare: Bruce Willis

Da Pulp Fiction ai film con Shyamalan: elogio di un attore da sempre (molto) sottovalutato

MILANO – E poi arriva Bruce, quello ruvido ma buono. Un eroe solo contro tutti, capace di combattere terroristi di ogni genere (la saga Die Hard) o addirittura sacrificare la propria vita evitando l’Apocalisse (Armageddon). Ma Bruce non è un action hero immacolato, non è Van Damme, Steven Seagal o Jason Statham, tutta gente di cui è sufficiente guardare un film per avere un’idea complessiva sulla loro carriera. Il grande merito di Bruce Willis è quello di aver avvicinato all’action anche chi non è mai stato appassionato del genere e – allo stesso tempo – aver aperto gli orizzonti cinematografici di coloro per i quali il cinema in definitiva era soltanto botte e santi panettoni: commedie sentimentali e demenziali, fantascienza, western, ma anche grandi autori come Brian De Palma, Terry Gilliam, per arrivare fino a mister Quentin Tarantino.

Bruce Willis e Angela Jones in Pulp Fiction, 1994.

Perché forse è arrivato il momento di ricordare Pulp Fiction non più soltanto per Vincent Vega, la rinascita di Travolta e Mia Wallace, ma anche per Butch Coolidge, il pugile che scommette su se stesso, ovvero forse il personaggio più umano e romantico del capolavoro di Quentin: non solo per il rapporto tra il dolce e l’isterico con la fidanzata Fabienne (Maria de Medeiros), ma anche per quel valore affettivo che lo lega all’orologio paterno e per cui Butch è disposto a tutto. Quanto abbiamo adorato Bruce negli anni Novanta, e quanto erano belli e fuori dai canoni rassicuranti di Hollywood lui e Demi Moore insieme: coppia un po’ pazza, un po’ alcolica, tra Planet Hollywood e tre figlie.

Willis con M. Night Shyamalan sul set de Il sesto senso, 1999.

C’è stato un tempo in cui si andava al cinema per vedere L’esercito delle dodici scimmie o Ancora vivo e si sapeva non si sarebbe rimasti delusi. Ma l’apice artistico e interpretativo, quello in cui il Bruce della strada è davvero lo stesso Bruce sullo schermo, con la stessa durezza sul viso e la stessa bontà d’animo, con la stessa saggezza di chi a volte ha anche fallito, arriva più tardi, per merito di uno sconosciuto regista indiano dal nome impronunciabile, tale Manoj Night Shyamalan: ne Il sesto senso Willis è un uomo in crisi coniugale, che non sa che il suo tempo è già finito; in Unbreakable – Il predestinato è una guardia giurata, un americano come tanti, inconsapevole però di essere un supereroe indistruttibile.

Un selfie con Cate Blanchett nel delizioso Bandits, 2001.

Pochi i sinceri sussulti per chi ha conosciuto il vero Bruce Willis nel nuovo millennio: qualche action avvincente (Hostage, Solo due ore), qualche risata innocua (FBI Protezione testimoni), qualche tarantinismo sparso qua e là e almeno un cult da vedere e rivedere tra colonna sonora e alchimie sentimentali (che meraviglia era Bandits con Cate Blanchett). Looper è l’inatteso colpo di coda: un corto circuito emotivo che va oltre lo schermo, tra passato e futuro, e che commuove soprattutto chi, proprio grazie a Bruce Willis, è duro a morire.

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