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INTERVISTE I Maddalena Mayneri per Cortinametraggio

Maddalena Mayneri racconta la visione dietro Cortinametraggio, uno dei festival di cortometraggi più importanti d’Italia, tra passione, intuizioni e un’energia tutta personale

ROMA – A Cortina d’Ampezzo, tra neve, cinema e mondanità, c’è un festival che da oltre vent’anni coltiva il talento prima che diventi nome. E dietro quel festival, Cortinametraggio, c’è una donna che non passa inosservata: sorriso aperto, sguardo in movimento, energia contagiosa e un fischio inconfondibile capace di zittire una sala in un istante. Maddalena Mayneri non ama definirsi pioniera, ma lo è stata: quando i cortometraggi erano ancora una nicchia, lei li portava in primo piano, costruendo uno spazio in cui i registi potessero essere davvero protagonisti. Oggi quel progetto è diventato un punto di riferimento, e continua a crescere senza smarrire ciò che lo ha reso unico fin dall’inizio.

Cortinametraggio festeggia la sua ventunesima edizione. Come è nata l’idea di creare quello che oggi è il festival di cortometraggi più famoso in Italia?

Il festival nasce nel 1997 insieme ad Andrea Gris. Eravamo entrambi appassionati di cinema e io ho avuto la fortuna di crescere a Cortina, a contatto con persone di questo mondo, tra cui anche Vittorio Gassman. L’idea è nata in modo semplice: creare un festival dedicato ai cortometraggi, che allora stavano appena emergendo. In Italia ce n’erano pochissimi, non più di quattro. Abbiamo scelto di organizzarlo ad agosto, poco prima della Mostra del Cinema di Venezia, per attirare ospiti e professionisti a Cortina prima del loro arrivo in laguna. Le prime edizioni sono andate avanti fino al 2000, poi per motivi personali sono tornata a Trieste. Lì ho dato vita a un nuovo festival, con una formula più selettiva: invitavo i vincitori dei venti migliori festival internazionali, creando una sorta di “finale tra i migliori”. Il premio era importante e il livello molto alto. Ho portato avanti questo progetto fino al 2010, poi ho deciso di tornare a Cortina e riprendere Cortina Metraggio. A rendere quel ritorno ancora più speciale è stato il gesto di Gottardo Manaigo, proprietario dell’albergo che ci ospita ancora oggi: mi lasciò un biglietto con scritto “Bentornata, pizzora”, accompagnato da un piccolo scoiattolo d’oro. Quel biglietto è diventato il simbolo della ripartenza.

Com’è cambiata la sua visione del festival nel tempo?

All’inizio c’era un’autenticità fortissima: ogni progetto nasceva da una passione quasi artigianale. Oggi quella passione esiste ancora, ma il contesto è cambiato. I cortometraggi sono cresciuti in modo esponenziale e, se da un lato è positivo, dall’altro si è persa parte della cura e della “fisicità” del cinema di una volta. Oggi si può girare e montare tutto rapidamente, anche con un telefono. Un tempo, invece, si passavano ore in sala montaggio a lavorare sulla pellicola: era un processo più lento, ma carico di significato. Ora è tutto più accessibile, ma spesso meno magico, come se si fosse persa una parte della poesia del fare cinema.

C’è stato un momento decisivo nella crescita del festival?

Più che un singolo momento, direi la continuità, guidata dalla passione. È questo che ha fatto la differenza, e non lo dico per presunzione, ma perché so quanto ho investito, anche personalmente, in questo progetto. Cortina è sicuramente un contesto che aiuta, ma è il modo in cui il festival è costruito a renderlo unico. Anche a Trieste funzionava molto bene, perché puntavo su un’esperienza fatta di incontri e condivisione. La vera svolta è stata mettere al centro i registi: all’inizio davo più spazio alle giurie, poi ho cambiato approccio. Oggi sono loro i protagonisti, coinvolti in ogni momento del festival. Abbiamo introdotto anche alcune formule che nel tempo sono state adottate da molti altri festival: i panel, gli incontri professionali, e l’ingresso del vincitore nella giuria dell’anno successivo, creando così continuità e senso di appartenenza.

Il festival trasmette un forte senso di comunità. Quanto conta l’aspetto umano?

È fondamentale. Senza le persone non esisterebbe nulla di tutto questo. Negli anni ho imparato quanto sia importante il rispetto verso chi lavora con te, anche nei momenti di tensione. Il fatto che lcuni collaboratori siano con me dal 2010 dimostra che si è creato qualcosa di solido. Non è solo lavoro: è un progetto in cui si crede davvero, e da cui nasce un’energia autentica, quasi familiare.

E il famoso fischio?

È nato quasi per caso. Avevo bisogno di richiamare l’attenzione del pubblico e ho fischiato. Ha funzionato talmente bene che è diventato una sorta di segno distintivo del festival.

 

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