ROMA – La fiction italiana cambia. Ma non nel modo più evidente. Non con rivoluzioni improvvise o rotture nette, ma attraverso piccoli spostamenti, quasi impercettibili, che riguardano soprattutto il modo in cui vengono costruiti i personaggi e le loro relazioni. È da qui che parte il discorso con Peter Exacoustos, uno degli sceneggiatori che più hanno attraversato — e in parte definito — la serialità italiana degli ultimi anni. Dai grandi successi popolari come Elisa di Rivombrosa fino a L’allieva, il suo lavoro si è sempre mosso dentro un equilibrio delicato: parlare a un pubblico ampio senza rinunciare alla costruzione narrativa.
Con Le libere donne, però, questo equilibrio sembra spostarsi. Non tanto nella forma, quanto nella direzione. La serie non cerca scorciatoie emotive, non semplifica i conflitti, e soprattutto non costruisce personaggi immediatamente “leggibili”. Al contrario, lascia spazio all’ambiguità, al non detto, a quella zona intermedia in cui le scelte non sono mai completamente giuste o sbagliate. È proprio qui che si gioca una delle sfide più complesse per chi scrive oggi per la televisione generalista. Perché se da un lato il pubblico resta ampio e trasversale, dall’altro è sempre più abituato a una narrazione stratificata, meno prevedibile, meno rassicurante. E allora la domanda non è più se la fiction italiana debba cambiare, ma come può farlo senza perdere la propria identità.
Nel racconto di Exacoustos, il cambiamento non passa dalla rottura, ma da una trasformazione interna al linguaggio. La scrittura resta accessibile, ma si apre a personaggi meno definiti, meno “risolti”, più vicini a una realtà che non offre soluzioni semplici. È un passaggio sottile, ma decisivo, che segna una fase di transizione per tutta la serialità italiana. E forse è proprio questo il punto: oggi non si tratta più di scegliere tra complessità e pubblico. Si tratta di trovare un modo per tenerli insieme. Perché il rischio, ormai, non è più essere troppo difficili. È restare troppo prevedibili.
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