ROMA – Sul fondo di un cielo plumbeo, Cristo è già morto sulla croce. Una figura corre di spalle: un
mantello nero si agita nel vento, i passi sono rapidi, quasi disperati. Non sappiamo chi sia, eppure lo
sappiamo. Stringe una corda tra le mani. Poi il silenzio. Il bosco. Un corpo che penzola. E una voce,
quella inconfondibile di Giancarlo Giannini: «Dicono che prima della morte rivedi tutta la tua
vita…». Da qui comincia Il Vangelo di Giuda di Giulio Base.
Il film è prodotto da Minerva Pictures con Agnus Dei Production e Rai Cinema, in coproduzione
con Agresywna Banda. Costruito come un lungo ritorno alla memoria, il film sposta il baricentro della Passione e la guarda da un’altra angolazione: quella di Giuda. Non più il racconto di Cristo, ma quello di chi lo consegna. La sua storia parte dall’infanzia, segnata da un presagio oscuro, e arriva fino alla sua fine.
Nato ai margini, figlio di una prostituta e cresciuto in un ambiente duro, Giuda porta con sé un
passato che lo definisce e lo trattiene. L’incontro con Gesù rompe questo equilibrio: lascia tutto e si
mette al suo seguito, spinto dall’idea di una possibile redenzione. Ma tra i due non si stabilisce mai
un rapporto limpido. Più che un semplice discepolo, Giuda appare come una figura indispensabile,
designata a compiere ciò che nessun altro può fare. Il tradimento, allora, non è un gesto improvviso,
ma l’esito di un percorso. Il film accompagna questo movimento fino alla fine, trasformandolo in
una confessione che prende forma mentre tutto si compie: il racconto di un uomo che arriva a
confrontarsi con ciò che ha fatto, senza più possibilità di sottrarsi.
Base definisce fin dall’inizio il suo intento: togliere Giuda dalla dimensione del simbolo e riportarlo
a quella dell’uomo restituendogli complessità. Ne viene fuori una figura attraversata da dubbi,
contraddizioni, inquietudini: non più solo l’ombra del tradimento, ma una presenza che accompagna
Cristo come un riflesso necessario. La regia segue questa direzione con coerenza, scegliendo una
forma rigorosa e poco concessiva. Il racconto si affida interamente alla voce narrante di Giancarlo
Giannini, che prende il posto dei dialoghi e trasforma il film in un lungo pensiero. È una soluzione
suggestiva, ma che finisce per togliere respiro alle relazioni, rendendo i personaggi più evocati che
realmente vissuti. Anche sul piano visivo il film mantiene una linea precisa: paesaggi aspri, corpi esposti, dettagli enfatizzati. La macchina da presa si muove inquieta, ma sempre trattenuta, come se cercasse qualcosa che resta fuori portata. Gesù appare come presenza piena, visibile, esposta allo sguardo, Giuda invece sfugge, si sottrae, rimane ai margini dell’inquadratura o immerso nell’oscurità. Il suo volto non si offre mai davvero, come se la sua identità potesse esistere solo nel racconto e non nell’immagine. Non è mai davvero lì, se non nella sua voce. È proprio da questa tensione che nasce il cuore del film. Il Vangelo di Giuda non cerca di spiegare, né di assolvere: mette in scena un nodo, tra destino, colpa e fede, e lo lascia irrisolto. E alla fine resta una domanda semplice e scomoda: se tutto fosse già scritto, quanto resta della responsabilità di chi agisce? In questo senso, Giuda non è solo il colpevole, ma colui su cui quel peso ricade interamente.
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