in

Il primo della classe, quando la verità finisce dentro un video

Andrea Ricciotti racconta una storia di accuse, reputazione e giudizi immediati, mettendo i ragazzi davanti a una domanda sempre più difficile: possiamo ancora fidarci di ciò che vediamo?

VENEZIA – Prima c’è Vincenzo. Un ragazzo brillante, popolare, sicuro di sé. Uno di quelli che sembrano avere tutto sotto controllo e che, proprio per questo, finiscono per diventare facilmente il punto di riferimento degli altri. Poi arriva l’accusa della sua ex fidanzata: violenza. Da quel momento, la storia cambia. E cambia soprattutto il modo in cui gli altri guardano Vincenzo.

Nel cortometraggio Il primo della classe, Andrea Ricciottisceglie di entrare in un terreno delicato senza costruire una risposta semplice. Al centro non c’è soltanto un ragazzo accusato dalla propria ex, ma tutto ciò che accade intorno a quell’accusa: le reazioni degli amici, il peso della reputazione, la rapidità con cui un gruppo si divide e, soprattutto, un video che sembra poter mettere la parola fine alla discussione. Sembra. Perché le immagini, oggi, hanno assunto un potere enorme. Un video può diventare una prova, una condanna, una difesa. Può essere condiviso migliaia di volte prima ancora che qualcuno si chieda cosa ci sia fuori dall’inquadratura. E può trasformare una vicenda privata in qualcosa che appartiene improvvisamente a tutti.

È questo il cortocircuito su cui lavora Il primo della classe: non soltanto la difficoltà di distinguere il vero dal falso, ma la nostra crescente incapacità di accettare di non sapere. Davanti all’accusa di violenza, infatti, il bisogno di schierarsi arriva prima della necessità di comprendere. C’è chi crede a Vincenzo perché lo conosce, chi crede alla ragazza perché ritiene che una denuncia non possa essere messa in discussione, chi si affida al video e chi, semplicemente, sceglie la versione che gli sembra più convincente. Il social diventa così una sorta di tribunale istantaneo nel quale non servono prove definitive: basta avere un’opinione.

E qui il cortometraggio trova uno dei suoi aspetti più interessanti perché la questione non riguarda soltanto ciò che un’immagine può raccontare, ma ciò che noi decidiamo di farle raccontare.L’intelligenza artificiale, i deepfake e la manipolazione digitale rendono naturalmente tutto questo ancora più inquietante. Se un’immagine può essere costruita, modificata e alterata con una facilità sempre maggiore, il concetto stesso di prova visiva diventa fragile. Ma Il primo della classe suggerisce che il problema comincia ancora prima della tecnologia: comincia dal nostro sguardo. Perché anche un’immagine autentica può essere interpretata male. Può essere privata del suo contesto. Può essere usata per sostenere una tesi che non contiene. Può diventare, nelle mani di chi la guarda, qualcosa di diverso da ciò che realmente mostra.

La vicenda di Vincenzo diventa allora anche una riflessione sulla reputazione. Basta pochissimo per costruirla e ancora meno per distruggerla. Soprattutto quando a decidere non sono più soltanto le persone che conoscono direttamente i protagonisti, ma una platea invisibile e potenzialmente infinita. Il titolo finisce così per assumere un significato che va oltre il protagonista. Vincenzo è il ragazzo perfetto, quello che tutti sembrano conoscere e che, proprio per questo, sembra quasi incapace di sbagliare. Ma è davvero così? E soprattutto: quanto pesa l’idea che ci siamo costruiti di una persona quando arriva il momento di giudicare ciò di cui viene accusata?

Il corto non prova a sostituire un pregiudizio con un altro ma tiene insieme due questioni che oggi sono diventate inseparabili: da una parte la necessità di ascoltare e prendere sul serio un’accusa di violenza; dall’altra la consapevolezza che ciò che vediamo, anche quando sembra inequivocabile, non sempre racconta tutta la storia.Il primo della classe parla allora di violenza, ma anche di reputazione, di appartenenza, di pressione del gruppo e della rapidità con cui un’immagine può trasformarsi in un giudizio. Lo fa senza mettere lo spettatore completamente al riparo, senza dirgli in anticipo da che parte stare. Perché davanti a una storia come quella di Vincenzo è facile cercare una risposta immediata, scegliere un colpevole, decidere a chi credere. Molto più difficile è fermarsi e chiedersi quanto di ciò che crediamo di sapere venga realmente dai fatti e quanto, invece, dal modo in cui abbiamo imparato a guardarli.

Lascia un Commento

Fame d’aria: La nostra intervista a Paolo Pierobon e Saverio Santangelo a Venezia 83