ROMA – C’è un campo da tennis che profuma di sale e di polvere, un pomeriggio estivo che sembra non voler finire mai, e Cuccurucucù di Battiato che arriva come un’eco lontana, dolce, forse irrisolta. Il nuovo film di Andrea Di Stefano ha un respiro diverso rispetto ai suoi precedenti, una malinconia sospesa che accompagna tutto il racconto. E che non si trasforma, non si evolve. Perchè forse non deve farlo. Il maestro non è un film sullo sport, e nemmeno un dramma di formazione: è la cronaca – lieve e dolente – di un incontro, di due solitudini che si riconoscono, di un tempo perduto che ancora pretende di essere ricordato.

Raul (Pierfrancesco Favino) è un ex talento del tennis, uno che ha conosciuto la promessa del successo e poi il disincanto, l’orgoglio ferito, il lento scivolare ai margini. Insegna in un piccolo circolo di provincia, più per inerzia che per vocazione, quando nella sua vita irrompe Felice (Tiziano Menichelli), ragazzo inquieto, arrogante, con la rabbia e la fame di chi non ha ancora imparato a perdere. Tra i due nasce un legame che non ha nulla di edificante o prevedibile: è fatto di silenzi, di contrasti, di piccole tenerezze che faticano a dirsi. La trama procede come una partita giocata senza pubblico: ogni punto sembra irrilevante, ma alla fine tutto conta. L’incontro tra Felice e Raul diventa una doppia iniziazione: il primo, ”il maestro” ritrova, nell’ostinazione del ragazzo, il frammento di sé che aveva smarrito; il secondo scopre che l’allenatore che gli urla addosso non è un nemico, ma un uomo che teme di aver perso il proprio posto nel mondo. Il tennis, con la sua geometria impietosa, diventa il linguaggio che li avvicina, e allo stesso tempo la trappola da cui entrambi devono liberarsi.

Anche qui la regia di Di Stefano è, precisa, consapevole del peso di ogni gesto. E ancor prima della parola. Nessun dialogo eccessivo, pomposo o intriso di una qualche forma di retorica in cui spesso le commedie, sportive e non, rischiano di inciampare. Le partite qui diventano duelli interiori, e il tennis, con la sua geometria perfetta e crudele, è solo il campo su cui si gioca qualcosa di molto più vasto: la possibilità di una seconda occasione. La fotografia talvolta leggermente desaturata riporta agli anni Ottanta senza mai indulgere nel vintage di maniera; la musica — quella scelta di Franco Battiato che arriva come una vertigine — è la memoria che torna, la malinconia che si fa materia su terra rossa.

C’è qualcosa di profondamente onesto in questo film. Di Stefano non teme la semplicità e non cerca ossessivamente la rarità; proprio per questo la sua narrazione risulta limpida, necessaria. Evita la retorica del riscatto, rifugge il sentimentalismo e sceglie la via più autentica: quella della commozione trattenuta, del dolore che non chiede di essere spiegato. Il maestro parla di sconfitta, ma anche di paternità, di trasmissione, di fragilità, ma senza proclami — solo con lo sguardo, con la luce, con il tempo che si prende il lusso di restare un po’ più del necessario su un volto, su un respiro. Forse su un addio.
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