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Il finale di Stranger Things non è un disastro. È troppo prudente | La recensione

Dopo dieci anni, la serie simbolo di Netflix sceglie il conforto al rischio. Un addio sincero, ma meno coraggioso di quanto promettesse.

ROMA – Il finale di Stranger Things era chiamato a fare una cosa difficilissima: chiudere un racconto durato dieci anni senza tradire il legame emotivo costruito con il pubblico. Un compito ingrato, soprattutto per una serie che non è mai stata soltanto intrattenimento, ma un vero fenomeno generazionale. E il risultato non è un fallimento, ma non è nemmeno quel colpo allo stomaco che molti si aspettavano.

La quinta stagione sembra guidata da un’esigenza molto chiara: arrivare al finale. Meno evidente, invece, è la volontà di attraversarlo fino in fondo. La sensazione è quella di una narrazione che corre, che semplifica. Alcuni snodi fondamentali vengono risolti con una rapidità che lascia lo spettatore un passo indietro, consapevole di ciò che accade, ma non sempre coinvolto nel percorso che porta fin lì.

Non è una questione di chiarezza della trama, quanto di respiro narrativo. Stranger Things ha sempre funzionato quando si prendeva il tempo di stare dentro la paura, dentro il trauma, dentro i legami. Qui, spesso, quel tempo manca.

A pesare è soprattutto l’assenza di vere conseguenze.
Il rischio è presente, ma raramente appare definitivo. Le ferite vengono assorbite, le situazioni estreme rientrano, il senso di pericolo si attenua. Non perché il pubblico abbia bisogno di tragedie a ogni costo, ma perché la serie aveva costruito la propria forza proprio sulla perdita e sull’irreversibilità. Questa volta, invece, la scrittura sembra proteggere i personaggi — e forse anche lo spettatore — dal costo delle scelte. Il risultato è un finale che consola più di quanto ferisca.

La gestione di Vecna è emblematica di questa prudenza. Costruito come antagonista complesso, legato al trauma e alla memoria, viene risolto in modo funzionale ma poco incisivo. La sua sconfitta è chiara, ma emotivamente leggera rispetto all’enorme carico simbolico che il personaggio aveva accumulato. Non è il “come” finisce a lasciare perplessi, ma quanto poco resta addosso di quello scontro.

Anche il Sottosopra perde parte del suo significato. Da spazio dell’ignoto e della paura assoluta, diventa progressivamente un ambiente attraversabile, quasi quotidiano. E quando il luogo che incarnava il male smette di opporre resistenza, il conflitto inevitabilmente si indebolisce.

Dove Stranger Things continua invece a colpire è nei personaggi.
Will Byers resta uno dei cuori del racconto, portatore di un trauma che non si risolve mai del tutto. Undici incarna ancora una volta il sacrificio più grande, una figura che ha dato tutto e arriva al finale mantenendo questo ruolo. Mike, infine, è forse l’unico a non ricevere una vera chiusura rassicurante — ed è proprio questo a renderlo il più realistico. L’epilogo funziona perché torna lì: alle persone, ai legami, a ciò che resta quando l’avventura finisce.

Il finale di Stranger Things non è sbagliato. È prudente. Meno disposto a rischiare, meno feroce di quanto promettesse, ma sinceramente affezionato ai suoi personaggi e al suo pubblico.

Forse non chiude ogni cerchio. Forse lascia delle mancanze evidenti.
Ma è anche vero che le storie che ci accompagnano più a lungo raramente finiscono in modo perfetto.

A volte finiscono lasciandoci incompleti.
Ed è proprio per questo che continuiamo a parlarne.

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