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LA GRAZIA I Il ritorno di Sorrentino tra amore e potere. La recensione del film

La verità può essere inutile, il dubbio può diventare bellezza. Sorrentino convince Venezia e mira al Leone d’Oro con un’opera semplice e inaspettata.

Toni Servillo è Mariano De Santis ne La Grazia

ROMA – In un Lido avvolto da quella luce malinconica di fine agosto, spazio (e luogo) dove le promesse trovano risposte e le illusioni non hanno più il tempo di esistere, La Grazia di Paolo Sorrentino si apre come un sonetto sospeso tra ritualità e inquietudine. Ed è proprio questo apparente vuoto — umano, politico, sentimentale — che Paolo Sorrentino indaga nel suo nuovo film presentato in apertura alla 82esima Mostra d’Arte cinematografica di Venezia. Dopo gli ultimi anni di virtuosismi talvolta più ammalianti che necessari, il regista sceglie di ritornare a un’essenzialità narrativa che mancava da tempo, restituendo al pubblico quell’equilibrio raro (di cui lui probabilmente è il capostipite in Italia) tra potenza registica e densità di racconto. Lontano dalle malinconie mediterranee di Parthenope, da frasi ad effetto che riempiono ma non convincono, dall’utilizzo incessante di focali corte che aspirano a spiazzare, Sorrentino ritorna al cuore più autentico del suo cinema.

Toni Servillo in un frame del film

Potere, amore, verità

La storia si concentra sulla figura di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica, stretto tra la responsabilità istituzionale e il rovello interiore. Il suo compito politico — decidere su un caso di eutanasia e su due domande di grazia — diventa specchio di un dramma privato: il sospetto di un amore tradito, la ferita della gelosia, la ricerca di una verità che, come un miraggio, sembra allontanarsi a ogni passo. Accanto a lui, la presenza della figlia — interpretata con intensità da Anna Ferzetti — offre un contrappunto delicato e necessario: sguardo limpido e affettuoso, ma non ingenuo, capace di incarnare quella dimensione familiare che restituisce al protagonista la sua misura più umana, smussando l’austerità della carica istituzionale. Sorrentino pone così al centro la tensione eterna tra legge e desiderio, tra potere e fragilità, ricordandoci che forse la verità ultima non è possesso, ma ossessione vana.

Lo sguardo e la luce

Se il racconto si affida alla semplicità del gesto, in cui il timbro dell’autore partenopeo è riconoscibile dal primo movimento di macchina, la fotografia della D’Antonio tocca vertici quasi inarrivabili,  trasfigurando corridoi e ambienti istituzionali in quadri di silenziosa bellezza, superandosi nell’arte di suggerire emozioni più che descriverle. E poi ancora Toni Servillo. Quasi repetita iuvant. Con misura, profondità, vocazione e certezza regala un’altra interpretazione straordinaria restituendo al presidente De Santis l’ambiguità di un uomo che oscilla tra dovere e abisso interiore.

Anna Foglietta in una scena de La Grazia

Un ritorno alla ”sobrietà”

La Grazia funziona nella sua delicatezza, nel suo voler far commuovere lavorando non sul sentimentalismo ma sui sentimenti: un’opera che ci si può azzardare a definirla come un avvicinamento ad una sobrietà che non rinuncia alla poesia. L’exploit di ciò che sa fare meglio: l’abilità tecnico-registica, la forza di una narrazione essenziale ed esistenziale e sprazzi di commedia che non mancano nel suo cinema. Un cinema che ci parla dell’amore, della verità e della loro illusoria importanza, mostrandoci che la grazia — politica, umana, sentimentale — non è mai conquista, ma dono fragile, inatteso, a cui solo la vulnerabilità può aprire la porta.

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