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Harold e Maude, i dolori del giovane Hal Ashby e quel meraviglioso cult

Una piscina, una motocicletta, un regista folle e una coppia assurda: dietro le quinte di un capolavoro

Ruth Gordon e Bud Cort in Harold e Maude. Il film uscì il 20 dicembre 1971.

ROMA – Una tesi di laurea e una piscina. La storia di Harold e Maude – protagonista di questa nuova puntata di Longform – parte da molto lontano. Prima che opera seconda di un giovane ma già rodato Hal Ashby infatti, ha rappresentato il sogno nel cassetto dell’autore dello script: Colin Higgins, al tempo studente di cinema alla UCLA, che concepì Harold e Maude come progetto finale del corso e che per mantenersi lavorava come ragazzo della piscina dei quartieri alti di Los Angeles. Ecco, tra i clienti del giovane Higgins, c’era il produttore Edward Lewis – leggi alla voce Spartacus, Operazione diabolica, Missing – Scomparso –  che, convinto dalla moglie e co-produttrice Mildred, indicò il progetto a Stanley Jaffe della Paramount. Così, Higgins vendette lo script di Harold e Maude con la consapevolezza che sarebbe stato lui a dirigerlo. Sarebbe andata così, non fosse che dopo alcuni test-video la Paramount fece marcia indietro…

Ruth Gordon e Bud Cort in una scena di Harold & Maude.

Ma perché? Come regista Higgins non funzionava, tutto qui. Per la cabina di regia la Paramount scelse così Hal Ashby fresco di esordio con Il padrone di casa che pose da subito una condizione: non avrebbe girato un singolo minuto di pellicola senza aver prima ottenuto la benedizione di Higgins. Arrivò, e non solo quella. Higgins sarà presente sul set durante tutta la lavorazione con la qualifica di co-produttore, oltre che di sceneggiatore. Certo per Higgins rappresentò un’occasione mancata che segnò la sua carriera (dirigerà, è vero, ma appena tre pellicole tra cui la frizzante commedia Dalle 9 alle 5… orario continuato, prima di morire a soli 47 di AIDS nel 1988). Ma se il seppur breve opus filmico di Ashby ci racconta qualcosa, a posteriori, è che Harold e Maude ha rappresentato molto più di uno strategico turning point all’interno della carriera del regista.

Hal Ashby con Ruth Gordon sul set di Harold e Maude.

Per capire Ashby bisogna capire che c’è un pezzo di Ashby in ogni opera da lui portata alla luce. Un’idea, un gioco, uno scherzo, un semplice aneddoto, o un elemento biografico. Ne L’ultima corvè, ad esempio, di ashbyiano c’è il desiderio di fuga ed evasione dall’ordine militare e della società di Buddusky, Meadows e Mulhall. Un sentimento riecheggiante quel bisogno di avventura quasi kerouachiano che spinse l’allora diciassettenne ribelle Ashby a viaggiare in autostop per l’America. In Oltre il giardino la seconda occasione del Chance di Peter Sellers prende forma esattamente all’indomani della morte del suo datore di lavoro. Un (ri)cominciare a vivere che nel rievocare ex post quell’iconica battuta “Io non sono mai vissuto. Sono morto, qualche volta” di Harold e Maude, ne rappresentò inequivocabilmente l’altra faccia della medaglia esistenziale; decisamente più crepuscolare nella forma e nei toni ma nondimeno invariata nella gioia di vivere sprigionata.

Hal, Ruth e Bud sul set.

Negli anni settanta, in un’intervista, Ashby raccontò brevemente della sua vita attraverso queste parole: “Sono nato a Ogden, Utah, ultimo di quattro figli. Mamma e papà hanno divorziato quando avevo cinque; o forse sei anni. Papà si è suicidato quando ne avevo dodici. Ho faticato a crescere come gli altri; totalmente confuso. Sposato e divorziato due volte prima di arrivare ai ventuno”. Nel caso di Harold e Maude di ashbyiano c’è proprio il desiderio di morte di Harold (Bud Cort). Pura catarsi filmica in un ritorno al passato del giovane Ashby che nei continui tentativi di suicidio giocosi del suo Harold si fa beffe più e più volte del dolore di un’adolescenza traumatica sino a rinascere nell’incontro con Maude (Ruth Gordon); poetessa del carpe diem oraziano, cantatrice di una vita da bere sino all’ultimo goccio della sua lucida pienezza.

Hal Ashby con Bud Court sul set. In sedia a rotelle, ovviamente.

Un processo di piena esaltazione, tra le righe, del potere taumaturgico delle arti – e del cinema nello specifico – che in Harold e Maude prende forma in un inno alla vita solido ma dolce nella sua espressione di atipico e infungibile coming-of-age. Come un fiume in piena la narrazione di Harold e Maude. Una vita in bianco e nero che prende colore se affrontata con leggerezza e che trova infine conferme nel potere dell’amore. Chiave di volta narrativa esplicitata, in tal senso, nello sviluppo armonioso della dinamica relazionale tra le anime gemelle Harold e Maude e nell’evoluzione morfologico-cromatica sul volto dapprima spento e poi luminoso di un Harold che vede il pallido biancore sfumarsi sempre più con il crescere del sentimento e della consapevolezza di sé. Sulle note di un Cat Stevens d’annata le cui Where do the children play?, If you want to sing out sing out, e Trouble non fanno che amplificare le atmosfere narrative da fiaba per adulti (e non), il regista di Shampoo realizza un’opera invidiabile nella sua leggerezza e irripetibile nella sua dolcezza.

Harold, Maude e due ombrelli.

Il film della vita di ognuno di noi, Harold e Maude. Di tutti. Perfino di chi non lo sa ancora e non ha avuto modo di guardarlo. Nel 1978, forte del successo, Higgins propose alla Paramount e ad Ashby un sequel e un prequel. Il primo avrebbe dovuto intitolarsi Harold’s Story e avrebbe raccontato della (nuova) vita di Harold dopo esser rinato grazie a Maude. Il secondo Grover and Maude. Nelle idee di Higgins il prequel si sarebbe ricollegato a Wagon-lits con omicidi del 1976 (e di cui Higgins firmò la sceneggiatura). Primo film della premiata coppia Gene Wilder-Richard Pryor, con Pryor come protagonista accanto alla Gordon. Una prodigiosa idea di universo narrativo che tuttavia non trovò favori né da parte della Paramount, né di Ashby, impegnato con la pre-produzione di Oltre il giardino e reduce dal successo di Tornando a casa. Forse fu un bene, per certi versi.

Uno degli adesivi fatti stampare per l’uscita del film.

Quei rifiuti non fecero che amplificare l’intrinseca unicità di un Harold e Maude tramandato poi di generazione in generazione, un film che, come ci ricorda Mary alias Cameron Diaz in Tutti pazzi per Mary dei fratelli Farrelly: «È la più grande storia d’amore dei nostri tempi. Dice che l’amore non ha a che fare con i soldi, o il ceto sociale, o l’età. Ma sono solo due persone che si prendono, che hanno qualcosa in comune, tipo anime gemelle…».

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