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George Clooney e il Leone alla carriera: ma siamo sicuri che abbia ancora senso?

Il premio a una star che continua a essere protagonista apre una domanda più ampia: i riconoscimenti alla carriera servono ancora a celebrare un percorso concluso o sono diventati un modo per accendere i riflettori sulla Mostra?

La redazione riceve e pubblica:

ROMA – A poco più di un mese dall’inizio della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, c’è una domanda che vale la pena porsi, senza mettere minimamente in discussione il talento di George Clooney. Che senso ha assegnare un Leone d’Oro alla carriera a un attore che è ancora uno dei protagonisti assoluti del cinema contemporaneo?

Sia chiaro: Clooney è una scelta difficilmente contestabile. Attore, regista, produttore, due Oscar, una carriera costruita tra cinema commerciale e film d’autore. È uno di quei volti che hanno segnato Hollywood negli ultimi trent’anni. E anche di più. Proprio per questo, però, viene naturale chiedersi se questo sia davvero il momento giusto per consegnargli un riconoscimento che, almeno nell’immaginario collettivo, è sempre stato associato alla conclusione di un percorso.

Oggi Clooney continua a lavorare, dirige, produce, sceglie progetti ambiziosi e resta uno degli interpreti più influenti della sua generazione. La sua carriera è tutt’altro che alle battute finali. E allora la riflessione si allarga: i premi alla carriera celebrano ancora un percorso compiuto o stanno diventando un riconoscimento a un’eredità artistica già consolidata, anche se ancora in piena evoluzione? È una sfumatura, ma non è una differenza da poco. Negli ultimi anni la Mostra di Venezia ha costruito un’identità fortissima, essendo oggi uno dei punti di riferimento assoluti del cinema mondiale. Alberto Barbera ha avuto il merito di riportare il Lido al centro della stagione internazionale, trasformandolo in uno degli appuntamenti più prestigiosi del calendario e in una tappa fondamentale della corsa agli Oscar. Un lavoro che ha restituito centralità e autorevolezza a Venezia.

Proprio per questo, però, viene spontaneo chiedersi se quella stessa solidità non abbia finito, almeno in parte, per trasformarsi in una zona di comfort. La sensazione è che alcune scelte, soprattutto quelle simboliche come i premi onorifici, seguano ormai una linea sempre più riconoscibile, quasi manieristica, orientata a celebrare figure sulle quali esiste un consenso pressoché unanime. Una direzione comprensibile, ma anche inevitabilmente meno sorprendente.

Non si tratta di mettere in discussione il valore dei premiati, né tantomeno quello del direttore artistico. Piuttosto di osservare come la Mostra sembri oggi preferire la continuità al rischio, la conferma alla scommessa. È una forma di conformismo? Forse il termine è forte. Ma è difficile non cogliere una certa prudenza nelle scelte, una tendenza a muoversi all’interno di un perimetro sicuro piuttosto che provare ad allargarlo. Eppure Venezia, nella sua storia, è stata spesso grande proprio quando ha saputo anticipare il dibattito, accendere riflettori su autori inattesi e compiere scelte capaci di dividere, prima ancora che convincere. È questo, in fondo, il ruolo di un grande festival: non soltanto celebrare il cinema, ma contribuire a indirizzarne il futuro.

George Clooney riceverà il Leone e sarà, senza dubbio, uno dei momenti più applauditi della prossima Mostra. Se lo merita. La domanda, semmai, non riguarda lui, ma il significato di questo premio oggi. Perché se un Leone alla carriera viene assegnato a un artista ancora nel pieno della sua attività, forse è il concetto stesso di “carriera” che sta cambiando. E forse, insieme a lui, sta cambiando anche il modo in cui Venezia racconta se stessa: sempre più autorevole, sempre più internazionale, ma forse anche un po’ meno incline a sorprendere. Non è necessariamente un difetto. È semplicemente una scelta. E, come tutte le scelte, apre una discussione.

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