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Filipiñana, sottrazione e memoria di un paese deformato

Nel suo esordio, Rafael Manuel trasforma un resort di lusso in una potente allegoria delle Filippine contemporanee, tra memoria, potere e perdita dell’innocenza.

ROMA – Un esordio cinematografico capace di raccontare ciò che è tipico di un intero paese, di racchiudere l’identità di una nazione. A riuscirci è Filipiñana, primo lungometraggio di Rafael Manuel che espande un cortometraggio omonimo premiato alla Berlinale nel 2020, di cui già il titolo espone l’intento, il punto d’arrivo lontanissimo, troppo stratificato, troppo complesso, Filipiñana che oltre a essere relativo a quello che è filippino è un abito tradizionale femminile, spesso associato all’epoca coloniale spagnola, caratterizzato da elementi come le maniche a farfalla che restituiscono eleganza, decorso e rispettabilità borghese. Oggetto che è luogo, oggetto che è spazio, oggetto che è tradizione, microcosmo che diventa macrocosmo, e Rafael Manuel sceglie di raccontare le Filippine senza mai mostrarle. Macrocosmo che diventa microcosmo.

Filipiñana è ambientato quasi interamente all’interno di un resort di lusso da qualche parte nelle Filippine. Il film segue Isabel, che ha recentemente iniziato a lavorare come tee girl, trascorrendo lunghe ore a lavorare sui campi da golf al sole. Quello che inizialmente si aspetta essere un modo piacevole ma insignificante per guadagnare un po’ di soldi prima di passare al suo prossimo capitolo si rivela molto più complesso, specialmente quando si fissa sull’enigmatico proprietario del resort, che inizia a credere rappresenti i molti segreti oscuri che indugiano sotto la superficie di prati incontaminati e piscine cristalline frequentate dalle élite della comunità.

Filipiñana è pura forma cinematografica che decide di spogliarsi di una trama strutturata per costruire il racconto come un coming of age (il viaggio di Isabel sarà una semplice consegna di una mazza da golf che le farà attraversare l’intero resort) privo di sovrastrutture, sovrastrutture che Rafael Manuel inserisce nel discorso sull’immagine, inquadrature fisse, long take, nessuno spostamento laterale per erigere un luogo che diventa immediatamente una superficie da osservare per raggiungere le stratificazioni al di sotto: tensioni sociali, economiche, storiche, disparità linguistiche. Chi guarda allora non ha un punto focale, ma è costretto a negoziare continuamente la propria attenzione, a scegliere dove guardare, trasformandosi in un soggetto attivo all’interno delle immagini così precise e geometriche che Rafael Manuel realizza, proprio come Isabel è costretta a orientarsi in un sistema che la determina, che la espatria, che la muove come una pedina, che la costringe a indossare una divisa, a non parlare l’ilokano ed esprimersi con la lingua nazionale.

Filipiñana è luogo, gli immensi campi da golf sono una potente allegoria di uno spazio artificiale che appare innaturale e disturbante, costruito per occultare le condizioni materiali che lo rendono possibile, diventando così la perfetta metafora di un sistema neocoloniale in cui la bellezza coincide con la violenza e mettendo in scena un ecosistema in cui il lusso esiste solo grazie a una forza lavoro invisibile e continuamente schiavizzata. Un film che si veste di traiettorie minime per abitare una riflessione sulla perdita dell’innocenza individuale e collettiva, sulla mescolanza di potere e identità osservata dalla prospettiva di una giovane donna che inizia a conoscere la realtà del mondo che la circonda, le contraddizioni di un paese stratificato da secoli di dominazioni e riconfigurazioni, in cui ogni superficie levigata porta inscritta la traccia di una violenza rimossa. In questa tensione irrisolta, Filipiñana diventa allora non solo il racconto di una perdita, ma la messa in scena di un’identità continuamente riscritta dall’esterno, dove il paesaggio stesso si fa archivio di un passato coloniale mai davvero concluso e il presente che appare come una reiterazione silenziosa di quelle stesse logiche di potere.

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