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DIALLO: il documentario di Selvaggia Lucarelli sulla storia vera del pugile che ha attraversato l’inferno

Una storia vera, un viaggio epico, un debutto sorprendente: con Diallo, Selvaggia Lucarelli porta su schermo l’odissea di un ragazzo che non voleva emigrare ma è diventato simbolo di resilienza.

Mohamed Diallo sul ring
Opinioni

ROMA – Disponibile adesso su Substack, in esclusiva per gli abbonati alla newsletter Vale Tutto, Diallo, primo documentario della giornalista Selvaggia Lucarelli. Un esordio inedito per distribuzione ma sorprendente per contenuto, che porta su uno schermo – piccolo, digitale, ma non per questo meno significativo – la storia di Mohamed Diallo. Un nome che a quasi tutti dirà poco o niente ma che cela un viaggio, un’odissea, una testimonianza vivente di ciò che accade ai margini della coscienza europea.

Selvaggia Lucarelli con il protagonista

Scritto da Lucarelli insieme al compagno Lorenzo Biagiarelli e ad Alessandro Pelegatta – che ne ha curato anche montaggio e post-produzione – il documentario, che in meno di un’ora riesce a condensare l’incontenibile, racconta la storia vera e perciò tanto più feroce, di un ragazzo partito dalla Guinea con un sogno che non era quello di attraversare il mare, bensì semplicemente quello di sopravvivere alla miseria. A differenza di molti altri migranti, Mohamed non sognava l’Europa. È sua madre a convincerlo a partire, in seguito alla morte del padre dopo che gli zii paterni hanno dilapidato tutto ciò che avevano, il suo obiettivo è quello di guadagnare abbastanza per aprire un’attività, diventare commerciante e sostenere la famiglia. È il primogenito e, come accade spesso nel suo paese, questo significa che è lui ad essere responsabile della famiglia e dei fratelli più piccoli. Mohamed sogna l’Angola, un paese che – come raccontava suo padre Bubakar – offre opportunità e scuole di economia per imparare il mestiere del commercio e inventarsi un lavoro. L’Angola però resta un miraggio, Mohamed si sposta tra Mali, Nigeria, Benin, Niger per approdare infine in Libia, inseguendo i racconti di chi parlava di lavoro e trattamento dignitoso.

Mohamed Diallo

È in questa fase che entra nel tragico circuito della migrazione clandestina, quella raccontata da Matteo Garrone in Io capitano (2023): convogli nel deserto che lasciano indietro chi non ce la fa, resti di chi ha trovato la morte tra le dune, torture, estorsioni, telefonate disperate a famiglie che non possono nemmeno permettersi una lapide. Dopo un calvario durato mesi, con cicatrici visibili e invisibili, Mohamed giunge infine in mare dove rischia ancora una volta la vita e assiste alla ferocia delle onde che non fanno sconti e inghiottono i più deboli, incluso un ragazzo di appena 14 anni. L’ultima tappa della sua odissea lo porta in Italia, forse la sua Itaca, approda sulle coste della Sicilia e dopo poco viene trasferito in Toscana, a Lastra a Signa, vicino Firenze. È qui che la sua storia, che fino a quel momento sembrava scritta da un sadico autore, finalmente cambia direzione. Grazie a Ottorino – gestore della casa di accoglienza – Mohamed scopre la boxe e un talento naturale, come confermano il maestro Fernando Padariso e l’allenatore Mirko Ricci. Inizia così una seconda vita che non cancella la prima, ma le si appoggia sopra per rimarginare una ferita lunga anni; Mohamed impara un mestiere, quello di carrozziere, e inizia a lavorare nell’officina di Ottorino, trova anche l’amore con Jennifer che lo rende padre, e riesce infine a riabbracciare due dei suoi fratelli dopo oltre dieci anni di lontananza. Un futuro costruito passo dopo passo, con calma e ostinazione.

Alcune immagini del dietro le quinte

Lucarelli, alla sua prima prova da regista con Diallo – affiancata da Biagiarelli, con Pelegatta al montaggio (già noto per SanPa e Il caso Yara su Netflix) – racconta questa storia alternando la voce diretta di Mohamed alle testimonianze di chi lo ha visto rinascere: Ottorino, gli allenatori, Jennifer.
Diallo è il primo documentario italiano prodotto per una newsletter e il primo progetto audiovisivo firmato dalla nuova società di comunicazione di Lucarelli, Boutade. L’idea nasce dalla lettura di un articolo pubblicato sulla Gazzetta dello Sport, in cui Mohamed raccontava per la prima volta la sua storia di dolore e rinascita. Dopo anni di sperimentazione narrativa – dalla carta stampata ai podcast, come Narciso, dedicato al femminicidio di Giulia Ballestri – Lucarelli approda al documentario con un lavoro sobrio, diretto, capace di restituire la forza del protagonista. Il racconto lineare funziona, anche se la durata limita un po’ il crescendo emotivo: sarebbe stato interessante approfondire le sessioni di allenamento e altri incontri, non solo la finale persa, così come sviluppare prima il racconto della storia d’amore con Jennifer una scelta, forse, dettata dal desiderio di concentrarsi sulla prima parte della vita di Mohamed; profondamente toccanti sono poi i materiali originali utilizzati per enfatizzare la narrazione, come il video dell’arrivo dei fratelli in Italia e dell’abbraccio con Mohamed che li aveva lasciati ancora bambini in Guinea. Ma la vera forza del documentario risiede tutta nel volto e nella voce del protagonista: pacata, sincera, capace di generare empatia immediata. Lo spettatore si trova a voler conoscere di più, a voler rimanere ancora con lui. Il documentario si chiude con la sua sconfitta nella finale per il titolo italiano dei pesi Super Piuma, nel novembre scorso. Ma il messaggio va ben oltre, dopo una vita di dolore e battaglie, Mohamed continuerà a combattere per il suo sogno sul ring, per un futuro migliore e per la promessa fatta a sua madre. Ora che la sua storia è pubblica, saranno in molti a sognare con lui.

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