ROMA – Se c’è un luogo in cui oggi il cinema asiatico si racconta senza filtri, è Hong Kong. In occasione degli Asian Film Awards, la città diventa un’aula aperta con una serie di masterclass che mettono al centro tre traiettorie diversissime ma complementari.
Da una parte c’è Hwang Dong-hyuk, l’uomo che ha trasformato una serie coreana in un fenomeno globale, ridefinendo il confine tra intrattenimento pop e sguardo politico. Dall’altra Jia Zhangke, autore che da anni osserva le mutazioni sociali della Cina con un cinema rigoroso, intimo, capace di tenere insieme memoria e presente. E poi Zhang Ziyi, volto iconico del cinema internazionale, che porta sul tavolo il lavoro dell’attrice: il corpo, la disciplina, la costruzione di personaggi che attraversano culture e generazioni.
Le masterclass non sono pensate come celebrazioni, ma come spazi di confronto. Si parla di processi creativi, di responsabilità dello sguardo, di come si costruisce un racconto capace di viaggiare nel mondo senza perdere radici e identità. Serie, cinema d’autore, performance: linguaggi diversi che dialogano tra loro e mostrano quanto l’Asia sia oggi uno dei centri più vivi e influenti dell’industria globale.
Il messaggio è chiaro: il cinema asiatico non è più “una scoperta”, ma una forza che forma, ispira e detta il passo. E a Hong Kong, per qualche giorno, lo fa anche insegnando.
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