ROMA – A Cannes basta pochissimo per capire quando un film sta lavorando su un equilibrio diverso. The Birthday Party (Histoires de la nuit), il nuovo lavoro di Léa Mysius, parte da un’immagine semplice – una festa di compleanno – e la lascia scivolare lentamente verso qualcosa di più ambiguo, instabile e difficile da afferrare. In concorso al Festival di Cannes, il film si muove dentro uno spazio chiuso, quasi isolato dal resto del mondo. Una famiglia, una casa, una quotidianità ridotta all’essenziale. È qui che prende forma l’organizzazione di una festa a sorpresa, un gesto che dovrebbe unire, proteggere, creare intimità. E che invece diventa progressivamente il punto in cui qualcosa si incrina. Non in modo evidente, non subito, ma abbastanza da cambiare la percezione di tutto.
Adattamento del romanzo di Laurent Mauvignier, The Birthday Party lavora per sottrazione, scegliendo di non mostrare più del necessario. Mysius costruisce una tensione che si deposita nei dettagli: nei silenzi che si allungano, negli sguardi che evitano, nelle distanze che diventano improvvisamente visibili. L’isolamento non è solo un contesto narrativo, ma una vera e propria condizione emotiva, che amplifica ogni gesto e rende ogni relazione più esposta e più fragile.

Dopo The Five Devils, in cui reale e immaginario si intrecciavano in un racconto sensoriale e stratificato, Mysius cambia registro ma non direzione. In The Birthday Party il fantastico scompare, ma resta intatta la sua capacità di lavorare su ciò che non si vede, su quello spazio sottile tra ciò che le persone mostrano e ciò che scelgono di non mostrare. È un cinema che si avvicina senza invadere, che osserva senza spiegare troppo, e che proprio per questo riesce a essere così preciso. Nel cast, Bastien Bouillon e Hafsia Herzi guidano un racconto corale in cui compaiono anche Benoît Magimel e Monica Bellucci, presenza italiana sulla Croisette in un concorso che quest’anno non vede titoli italiani.
The Birthday Party si muove così su una linea sottile: quella tra ciò che è familiare e ciò che smette, quasi impercettibilmente, di esserlo. Non cerca mai l’effetto, ma costruisce un’atmosfera che resta addosso, che lavora nel tempo, anche dopo. E Cannes, ancora una volta, si conferma il luogo ideale per questo tipo di cinema: quello che non ti spiega tutto, ma ti costringe a restare abbastanza a lungo da iniziare davvero a capire.
LEGGI ANCHE:





Lascia un Commento