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And Just Like That: l’addio (amaro) all’universo di Sex and the City

Tra nostalgia e delusione: il sequel che voleva raccontare la maturità femminile ma ha smarrito la magia dell’amicizia e dello stile che aveva reso unico Sex and the City.

Carrie, Miranda e Charlotte in And Just Like That
Freshly Popped

ROMA – Tutte le storie hanno una fine. E così anche l’universo di Sex and the City saluta, dopo oltre vent’anni, con l’ultima – e molto discussa – stagione di And Just Like That, sequel della serie cult che aveva cambiato il linguaggio televisivo e aperto la strada alla narrazione femminile contemporanea. Se per alcuni la chiusura della terza stagione è stata un colpo al cuore, per altri è stata un atto dovuto: un’eutanasia televisiva per una serie che ormai non aveva più nulla da dire.
Quando nel 2021 fu annunciato il revival, i fan accolsero la notizia con entusiasmo. L’idea di ritrovare le quattro eroine – maestre di stile e di vita – a distanza di anni prometteva bene: un’occasione per raccontare l’età adulta con nuove sfide e nuove fragilità.

Sarah Jessica Parker in una scena di And Just Like That

Fin dall’inizio però incombeva una grande assenza: Kim Cattrall, la leggendaria Samantha Jones, aveva rifiutato di partecipare. La prima, evidente, red flag. La prima stagione si è difesa discretamente grazie al colpo di scena della traumatica morte di Big (Chris Noth), uno shock pari solamente alla scomparsa, nella vita fuori dallo schermo, dell’indimenticabile Stanford Blatch (Willie Garson). Ma già dalla seconda, e ancor più nella terza, la serie si è smarrita in un goffo tentativo di inseguire i tempi: evoluzione digitale, identità di genere, sessualità in età matura, tematiche importanti trattate senza la forza e l’originalità che avevano reso Sex and the City capace di anticipare mode e linguaggi. Il risultato? Una narrazione priva di direzione, in cui i personaggi sessantenni sembrano sbiadite caricature di ciò che erano, impacciati tra passato e presente. L’amicizia che era il cuore pulsante della serie originale – quell’alchimia potente tra Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha – si è dissolta. A nulla sono valse le new entry Seema (Sarita Choudhury) e Lisa (Nicole Ari Parker), personaggi potenzialmente interessanti ma mai sfruttati fino in fondo. Miranda, un tempo brillante e combattiva, viene ridotta a una figura incolore che sacrifica carriera, famiglia e perfino il suo ruolo di amica, appiattendosi prima con Che (Sara Ramirez) e poi con Joy (Dolly Wells) e il suoi noiosissimi cani.

Carrie, dopo la morte di Big (rapidamente dimenticata con una politically correct quanto assurda damnatio memoriae), resta intrappolata nella relazione, nuovamente tossica, con Aidan (John Corbett): storyline trascinata troppo a lungo tra episodi dedicati all’inquietante figlio Wyatt e a dinamiche familiari surreali. Quando la relazione finisce, Aidan svanisce nel nulla, esattamente come Big. E Carrie, che un tempo era ironica, brillante e sagace, diventa noiosa e monotona, relegata a scrivere un libro impersonale e vagare nella sua enorme casa vuota. Charlotte forse resta l’unica fedele a se stessa: seppur incastrata nel ruolo di madre e moglie, con un breve e inconsistente rigurgito lavorativo e di rivalsa personale, ha momenti di leggerezza e umanità, gli unici davvero sinceri di tutto il sequel.

Carrie Bradshaw durante un episodio della serie

Il bilancio generale, purtroppo, è un senso diffuso di disagio e delusione. Esisteva una versione di And Just Like That che avrebbe potuto funzionare, ma non è mai arrivata sullo schermo. Per chi era cresciuto con Sex and the City, Carrie Bradshaw rappresentava un ideale di età adulta: imperfetta, spesso narcisista, ma anche intelligente, vulnerabile e incredibilmente cool. La serie originale parlava soprattutto a ventenni, trentenni e quarantenni degli anni ’90, con storie universali capaci di toccare corde profonde, And Just Like That invece, non ha mai chiarito a chi volesse rivolgersi. Le caricature goffe e imbarazzanti della Gen Z convivevano con una rappresentazione piatta delle generazioni mature: una serie senza pubblico, che sembrava quasi disprezzare i giovani e tradire gli adulti. Nel finale, Carrie sembra aver riscoperto una verità che in realtà conosceva già: una donna può esistere, e brillare, anche senza un uomo al suo fianco. Ma questa lezione era stata pronunciata con forza molto tempo prima quando Charlotte, nella quarta stagione di Sex and the City, aveva detto: “Maybe we can be each other’s soulmates” – forse possiamo essere noi  – amiche – le nostre anime gemelle. Quella magia fatta di risate condivise, Cosmopolitan, confessioni notturne, litigi e riconciliazioni che raccontavano un’amicizia autentica, oggi appare solo come un’eco lontano. Resta il vuoto di ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato. Per fortuna però, c’è sempre l’originale a cui tornare: quella serie capace di parlare d’amore, di desideri, di fallimenti e soprattutto di amicizia vera che ancora oggi, senza bisogno di forzature, continua a insegnarci più di quanto il suo revival abbia mai saputo fare.

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