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All’Arlecchino arriva il cinema americano di Fritz Lang

Metropolis e il Fritz Lang americano dall’8 aprile al 15 maggio 2026 a Milano.

Una scena dal set del mitico Metropolis, film simbolo di Fritz Lang
Freshly Popped

MILANO – I film americani di Fritz Lang sono considerati molto importanti perché rappresentano uno dei momenti in cui il cinema europeo (soprattutto quello tedesco) ha trasformato profondamente il cinema hollywoodiano. A questo periodo molto prolifico e creativo di Lang, Cineteca Milano dedica la rassegna “Metropolis e il Fritz Lang americano” che si terrà al cinema Cineteca Milano Arlecchino dall’8 al 15 maggio 2026.

Dopo essere stato uno dei grandi registi del cinema espressionista tedesco (con film come Metropolis e M-Il mostro di Düsseldorf ), Lang emigrò negli Stati Uniti negli anni ’30, portando con sé uno stile visivo e tematico molto particolare. Nella sua produzione americana, Fritz Lang ha contribuito a definire il genere noir con titoli quali Furia, La strada scarlatta e Il grande caldo e con la descrizione di atmosfere pessimiste, protagonisti ambigui e un utilizzo forte di ombre e luci drammatiche. Il merito di Lang è stato anche quello di aver portato a Hollywood alcune caratteristiche dell’espressionismo tedesco e di averle calate nel poliziesco e nel noir. Molti suoi film americani parlano di giustizia e vendetta, linciaggi, folla violenta e corruzione delle istituzioni.

Fritz Lang in breve

Regista cinematografico austriaco (Vienna 1890 – Los Angeles 1976), Fritz Lang è stato pittore e illustratore, avviato al cinema dal produttore Erich Pommer. Lavorò dapprima in Germania, dove realizzò alcune pellicole di notevole importanza nella storia del cinema e della cultura europea fra le due guerre mondiali: I Nibelunghi (1924); Il dottor Mabuse (1922), capolavoro dell’espressionismo cinematografico tedesco; il tuttora sorprendente Metropolis (1926); M-Il mostro di Düsseldorf (1931), di altissimo valore drammatico. Realizzò poi in Francia La leggenda di Liliom (1933). Nel 1935 si trasferì negli Stati Uniti, dove, pur restando fedele ai suoi temi (l’impotenza dell’individuo di fronte alla società; l’onnipotenza del destino), s’impossessò dei generi del cinema americano (film western, gangster movie, film di guerra e d’avventura, noir e polizieschi), dirigendo, tra l’altro: Furia (1936); La donna del ritratto (1944); Maschere e pugnali (1946); Rancho Notorious (1952); L’alibi era perfetto (1956). Tornato in Germania, vi realizzò La tigre di Eschnapur (1959), Il sepolcro indiano (1960) e Il diabolico dottor Mabuse (1960), suo ultimo film da regista.

Il cinema di Fritz Lang

Dal punto di vista stilistico, le tematiche di Fritz Lang nella prima parte della carriera si intrecciano con l’estetica dell’espressionismo tedesco: ombre marcate, scenografie deformate, spazi claustrofobici. Tuttavia, Lang supera presto l’espressionismo puro per adottare uno stile più sobrio e geometrico, in cui la composizione dell’inquadratura riflette l’ordine (o il disordine) morale del mondo rappresentato. Anche nei noir hollywoodiani realizzati dal 1935, mantiene un forte senso architettonico dello spazio, che diventa metafora di prigionia. Il cinema di Fritz Lang è un’indagine lucida e spesso pessimistica sulla modernità. I suoi film mostrano un mondo dominato da forze — sociali, tecnologiche, psicologiche — che limitano la libertà dell’individuo. Tuttavia, proprio in questa tensione emerge la sua grandezza: Lang non offre soluzioni semplici, ma costruisce racconti in cui lo spettatore è chiamato a interrogarsi sul rapporto tra responsabilità personale e condizionamento collettivo. L’opera cinematografica di Lang attraversa oltre quarant’anni di storia, dalla Germania della Repubblica di Weimar fino a Hollywood, mantenendo una straordinaria coerenza tematica. Pur cambiando contesto produttivo e genere (dal film muto al noir americano), Lang ha continuato a interrogarsi sui medesimi nodi: il destino, il potere, il controllo sociale, la colpa, la giustizia e il conflitto tra individuo e sistema. Uno dei temi centrali è il destino come forza ineluttabile. Nei suoi film i personaggi sembrano spesso intrappolati in meccanismi più grandi di loro, che li conducono verso un esito tragico. In opere come Destino (1921), la morte è una presenza costante e metafisica, mentre nei film successivi il destino assume una forma più concreta: diventa il prodotto di strutture sociali oppressive o di pulsioni interiori incontrollabili. Un altro tema fondamentale è il rapporto tra individuo e società, spesso declinato come conflitto tra il singolo e un sistema autoritario o disumanizzante. In Metropolis (1926), forse il suo film più celebre, la città futuristica è una macchina che schiaccia gli operai nei suoi ingranaggi. La divisione tra classi sociali viene rappresentata attraverso una potente simbologia visiva: l’architettura monumentale e verticale riflette una gerarchia rigida, quasi totalitaria. Qui emerge anche un’altra ossessione langhiana: la tecnologia come strumento ambiguo, capace di progresso ma anche di alienazione e manipolazione. Il tema del crimine e della colpa attraversa tutta la sua filmografia. In M-Il mostro di Düsseldorf, Lang affronta la figura del mostro — un assassino di bambini — con uno sguardo sorprendentemente moderno. Il film non si limita a raccontare la caccia al colpevole, ma mette sotto accusa l’intera società: la polizia, la stampa, la malavita organizzata. La giustizia appare fragile, ambigua, talvolta brutale. Lang suggerisce che il confine tra legalità e criminalità sia meno netto di quanto si voglia credere.

Proprio la giustizia è un altro nucleo tematico cruciale. Nei film americani, come Furia (1936), Lang riflette sulla vendetta, sulla responsabilità collettiva e sul rischio del linciaggio mediatico e popolare. Il sistema giudiziario può essere corrotto o inefficace, ma anche la folla — che pretende di farsi giustizia da sola — si rivela cieca e distruttiva. L’idea che la società civile possa trasformarsi in massa irrazionale è un’eco evidente dell’esperienza europea degli anni Trenta.
Lang è anche profondamente interessato al potere e alla manipolazione. Nei film della saga del dottor Mabuse, inaugurata Il dottor Mabuse (1922), Mabuse incarna il volto moderno del male: invisibile, organizzato, sistemico. In questa figura molti hanno letto un’allegoria dei totalitarismi emergenti.

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