in

Alla festa della rivoluzione: l’impresa di Fiume diventa un’avvincente spy story

Intrighi, ideali e passioni nella Fiume del 1919: la Storia diventa racconto tra realtà e finzione. Con un bravissimo Maurizio Lombardi nei panni di D’Annunzio.

ROMA – Portare sullo schermo l’impresa di Fiume significa confrontarsi con una materia storica
sfuggente, breve ma densissima di significati politici e simbolici. In Alla festa della rivoluzione, Arnaldo Catinari evita un approccio cronachistico e sceglie invece una via più libera e narrativa, ispirata al lavoro di Claudia Salaris. Il film si muove lungo un confine ibrido, intrecciando racconto storico, suggestioni da spy story e tensioni da thriller, senza rinunciare a una componente emotiva marcata. Ne nasce una costruzione che privilegia atmosfera e coinvolgimento, piuttosto che la precisione della ricostruzione.

Distribuito dal 16 aprile da 01 Distribution, il film si affida a un cast composto da Valentina Romani, Nicolas Maupas, Maurizio Lombardi, Darko Perić e Riccardo Scamarcio, alle prese con personaggi immersi in un intreccio di ambiguità, passioni e giochi di potere, dove la storia resta uno sfondo vivo ma mai dominante.

La Fiume del 1919 emerge così più come una suggestione che come una ricostruzione: uno spazio instabile, attraversato da tensioni continue, in cui tutto sembra sul punto di mutare. In questo contesto, Gabriele D’Annunzio non è il vero centro del racconto, ma una presenza carismatica che agisce come forza catalizzatrice. A guidare la narrazione sono tre figure immaginarie — una spia russa (Valentina Romani), un medico disertore (Nicolas Maupas) e un agente dei servizi segreti italiani (Riccardo Scamarcio) — che si muovono in un sistema fragile di alleanze e sospetti. I loro percorsi si intrecciano progressivamente, facendo emergere tensioni personali che si riflettono su uno scenario più ampio, segnato da instabilità politica e slanci ideologici.

Uno degli elementi più interessanti è proprio il modo in cui il film rilegge quell’esperienza storica, suggerendone la natura ambivalente. Alla spinta verso la libertà e la sperimentazione si affiancano dinamiche di controllo e propaganda, in un equilibrio precario che sembra già contenere le contraddizioni del secolo successivo.

Il film è stato talvolta interpretato come una presa di posizione politica, ma l’intento di Catinari sembra piuttosto quello di riportare l’attenzione su una pagina poco frequentata della storia italiana, senza imporre una lettura univoca. È però nel finale che la narrazione mostra qualche cedimento: la tensione si allenta e l’intensità costruita in precedenza fatica a mantenersi.

Eppure l’opera non perde coesione. Anche grazie alla scrittura condivisa con Silvio Muccino, il film resta compatto e trova nella dimensione visiva la sua espressione più compiuta. La fotografia, densa ed evocativa, diventa il vero motore del racconto: è lì che prende forma quell’atmosfera sospesa e instabile che il film insegue, ed è lì che, più che nelle parole, trova la sua voce più autentica.

LEGGI ANCHE:

Lascia un Commento

RIP conquista Mosca: la commedia italiana sulla morte che parla (soprattutto) di vita

Questa sera al Cinema Troisi Agnus Dei di Massimiliano Camaiti, tra fede, cura e silenzio. Presenti il regista in conversazione con Pietro Marcello