ROMA – Era il 1961 quando Pasolini esordì con il suo primo film. Accattone è un’opera che non racconta solo una determinata storia e non si limita a mostrare una realtà; la spalanca davanti ai nostri occhi, cruda e incandescente. In quell’epoca, mentre il cinema italiano guardava al progresso, Pasolini decise di voltarsi verso ciò che il paese voleva dimenticare: le borgate, gli emarginati, i “ragazzi di vita”. Qui non c’è ricerca di realismo pittorico o retorica sociale: c’è un tentativo radicale di mostrare la verità cruda, scomoda, che scuote lo spettatore e lo costringe a confrontarsi con ciò che parte dell’Italia non voleva vedere.
Pasolini concepisce Accattone – scritto insieme a Sergio Citti – come la naturale estensione cinematografica dei suoi romanzi, immergendosi nelle borgate romane e nelle vite dei suoi abitanti invisibili, per restituire sullo schermo la durezza e la dignità del sottoproletariato.
È anche per questo che Accattone fu accolto con sospetto, quasi come un affronto. Ma dentro quella scomodità si rivelava già un autore compiuto: rigoroso, verticale, capace di dare forma a un linguaggio cinematografico in cui ogni gesto, ogni volto, ogni respiro conserva una densità che resta impressa
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La denuncia sociale attraverso Accattone
Con Accattone, Pasolini rivolge un’accusa feroce a una borghesia che ama apparire devota e rispettabile, ma che si mostra cieca di fronte a chi le cammina accanto. Un mondo in cui il vero genio germoglia solo nella sofferenza e nellacoscienza del dolore, mentre la vacuità e la mediocrità trionfano tra l’euforia sterile e l’obbedienza meccanica alle regole prestabilite.
Vittorio “Accattone” Cataldi, magistralmente interpretato da Franco Citti, non è un eroe né un antieroe: è un uomo sospeso, un’anima che si muove tra istinto, bisogno e un desiderio confuso di riscatto. Pasolini lo osserva senza giudizio, restituendoci un personaggio che non si può né amare né odiare: lo si può solo riconoscere, come si riconosce un dolore che appartiene ad altri ma che, per qualche ragione, sentiamo dentro.

Il realismo come scelta consapevole
Citti non era un attore, e proprio per questo era l’unico possibile Accattone. Veniva dalle borgate, ne conosceva la lingua, i movimenti, le fratture. Portava addosso la materia stessa del film.
Pasolini preferì attori non professionisti, non per vezzo ma per una scelta politica precisa: sono volti e corpi che non possono essere estetizzati, perché portano già impressa la storia del mondo marginale che l’autore voleva sottrarre all’invisibilità. Lo stesso vale per le strade deserte, i palazzi trascurati e una città ancora ferita dal dopoguerra: un paesaggio che non funge da sfondo, ma da testimone silenzioso delle vite che lo attraversano.
L’elemento realmente dirompente della pellicola non è ciò che mostra, ma il modo in cui l’autore sceglie di mostrarlo. Lo sguardo con cui attraversa le borgate è netto, antiretorico, privo di concessioni: i personaggi non vengono elevati né ridotti, ma osservati nella loro complessità, senza attenuanti né condanne. La scelta di Bach come contrappunto sonoro non è una provocazione estetica bensì un codice morale: obbliga lo spettatore a riconoscere una dimensione interiore che la cronaca, da sola, non saprebbe restituire. Pasolini non abbellisce la marginalità; la indaga. La considera un territorio umano e culturale che merita di essere analizzato con la stessa serietà riservata ai volti che dominano il centrodel discorso pubblico.

L’insegnamento eterno di Pasolini
Alla fine questo esordio rivoluzionario ci lascia con una verità ineludibile: il cinema di Pasolini non racconta solo storie, racconta coscienze. E se usciamo dal buio delle sale con qualcosa in più, è la consapevolezza che la dignità non si misura dal successo o dal rispetto sociale, ma dalla capacità di resistere, di vivere e di affermare la propria umanità anche quando tutto sembra condannarla.





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