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A Sanremo uno dei cinque set di Max Pezzali dedicati alla serie cult “Happy Days”

Max Pezzali a Sanremo, a bordo della Costa Toscana, celebra Happy Days: non una nostalgia pop, ma un racconto generazionale. Un’America a colori che ha insegnato a sognare quando il presente si faceva incerto.

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SANREMO – «Happy Days mi ha insegnato l’America, non quella dura e cruda della guerra del Vietnam e della segregazione, non quella dei ghetti urbani e delle diseguaglianze sociali, bensì l’America dei sogni, delle opportunità, dei motori esagerati, del rock’n’roll, dei giubbotti di pelle ma anche dei cardigan, dei buoni sentimenti, delle famiglie unite e dei milk-shake alla fragola.» Max Pezzali ha incontrato Happy Days e l’America a dieci anni. In queste parole — tratte dalla sua postfazione al volume di Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia La nostra storia. Tutto il mondo di Happy Days — c’è già tutto: l’infanzia a Pavia, la scuola come rifugio, la televisione come finestra sul mondo, Happy Days come “Terra Promessa”, capace di accompagnare anche i momenti più difficili della storia italiana senza retorica, ma con una forza gentile e costante. Con Fonzie al fianco, tutto sarebbe andato per il meglio. “Tranquillo, siam qui noi”.

C’è un filo preciso, quasi ostinato, che lega Max Pezzali a Happy Days, che ha deciso di celebrare al Festival di Sanremo, a bordo della Costa Toscana, con un set a tema dedicato alla serie e un medley di canzoni tratte dal suo repertorio, in programma venerdì 28 febbraio. Un progetto più ampio che prende forma in cinque show, cinque capitoli tematici dedicati ai momenti chiave della sua carriera: Disco Night, Western, Happy Days, Sala Giochi e Outsider. La serata Happy Days è il cuore simbolico di questo racconto. Perché Happy Days, per Pezzali, non è solo una serie televisiva, ma un vero e proprio dispositivo di salvezza emotiva. È l’America che arriva in Italia a colori, con i neon di Arnold’s, i jukebox, i giubbotti della Jefferson High School, mentre fuori scorrono le immagini di un Paese attraversato da tensioni e paure. È l’America dei sogni, dei motori esagerati, del rock’n’roll e dei buoni sentimenti. Un’America che, come scrive Pezzali, insegnava a immaginare un altrove possibile quando il presente era troppo complesso da decifrare.

È da questa stessa geografia emotiva — fatta di televisori accesi nel pomeriggio, jukebox immaginari e promesse di normalità — che nasce anche la mostra collaterale “Dentro Happy Days”, realizzata in collaborazione con Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia, in programma a Mercanteinfiera Primavera 2026 (Fiere di Parma 7 – 15 marzo), la fiera internazionale dell’antiquariato, del modernariato e del design storico. Un progetto espositivo che non guarda alla serie come semplice icona televisiva, ma come archivio sentimentale condiviso, capace di raccontare un’epoca e un modo di stare al mondo. Oggetti, immagini e simboli diventano soglie narrative: non memorabilia fine a sé stessa, ma tracce di un immaginario che ha accompagnato intere generazioni nel passaggio dall’infanzia all’età adulta. È lo stesso attraversamento raccontato da Pezzali nella sua postfazione: Happy Days come luogo mentale prima ancora che televisivo, come spazio di protezione e di immaginazione mentre fuori il presente si faceva più duro e incerto. Così Happy Days torna a essere ciò che è sempre stato per Max Pezzali: una bussola emotiva. Non un rifugio nostalgico, ma un modo per dare forma ai ricordi e riconoscersi, ancora oggi, in un racconto collettivo fatto di musica, televisione e sogni a colori. Come disse il produttore Gary Marshall, Happy Days era “la ricreazione al tempo della vita”.

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