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007 – No Time to Die | Daniel Craig e quel (grande) finale per un James Bond perfetto

Poetico, intimo, profondo: l’epilogo firmato da Cary Fukunaga è un’esplosione di emozioni

007 - No Time to Die
007 - No Time to Die

ROMA – Nell’antica Grecia – elemento che torna spesso nel film – la tragedia era un genere teatrale dalle forti valenze sociali e religiose. Più in generale era l’estremizzazione dei sensi finalmente liberi grazie all’estasi; nonostante si parlasse di tragedia, la messa in scena aveva una forte connotazione epica, mitologica e strettamente legata all’esaltazione della vita. Da questo concetto decisamente profondo parte l’esplosiva sceneggiatura di No Time To Die diretto da Cary Fukunaga e scritto insieme a Neal Purvis, Robert Wade e da un prodigio chiamato Phoebe Waller-Bridge. Un film difficile e doloroso come solo gli epiloghi sanno essere. Soprattutto se il finale arriva dopo un viaggio durato quindici anni (e cinque film), capace di ridare lustro ad una delle icone del cinema: per noi, e lo sottoscriviamo, Daniel Craig è (e resterà) il James Bond perfetto, colui capace di rendere umano e vulnerabile l’eroe più inarrivabile di tutti.

Daniel Craig è per l'ultimo volta James Bond
Daniel Craig è per l’ultimo volta James Bond

Dalla scala reale di Casinò Royale (probabilmente il miglior film di 007) fino a questo ultimo atto, l’epopea di 007 si è riappropriata dei suoi fan ma, ancora di più, è riuscita a catturarne altri, immersi nell’universo adrenalinico dell’Agente di Sua Maestà, divenuto – spezzando la tradizione – un simbolo anticonformista, insofferente verso le regole eppure marcatamente nobile ed idealista. Nonché innamorato. Ciò che lega i cinque film dell’Era Craig, e in particolar modo proprio No Time To Die, è infatti l’amore, l’unico elemento su cui Bond non ha nessun tipo di controllo. Non c’è morte che tenga, non c’è pericolo che non possa essere sfidato. È l’amore che smuove gli eventi, è sempre l’amore che avvicina Bond al pubblico e, di conseguenza, all’ideale che abbiamo della sua mitologica figura. Dallo spietato tradimento della “sua” Vesper (Eva Green), che torna idealmente nello spettacolare incipit del film, fino all’amore puro e definitivo con Madeleine Swann, interpretata da una Léa Seydoux che ha riscritto il ruolo della classica Bond Girl divenendo qualcosa di diverso, tendente a quella normalità che non ha mai fatto parte del lessico di 007.

No Time To Die
No Time To Die: Lashana Lynch e Daniel Craig

Raccontando invece il plot di No Time to Die, senza in alcun modo rovinarvi le molte sorprese della storia, possiamo dirvi che gli eventi iniziano cinque anni dopo la cattura di Ernst Stavro Blofeld (Christoph Waltz) quando Bond si è ormai ritirato dall’M16 che, intanto, ha eletto a 007 una nuova agente, Nomi (Lashana Lynch). Ma, contattato dall’amico Felix (Jeffrey Wright), James si ritrova nuovamente al centro dell’azione e scoprirà di un complotto legato ad una spettrale figura che gira attorno al passato di Madeleine. Non andiamo oltre, anche perché diversamente da tutti gli altri film della saga tutto ciò che accade è un pretesto, un corollario obbligato che ci accompagna verso un’amara quanto dolcissima post-fazione che, grazie alla bravura di Fukunaga, riesce a chiudere un perfettamente un cerchio. Non era facile. Come non era facile spostare in secondo piano l’intero universo di Bond. È lui, più che mai, il centro di tutto, mettendoci l’anima ancora prima che la pistola.

Léa Seydoux e Daniel Craing in una scena di No Time to Die
Léa Seydoux e Daniel Craing in una scena di No Time to Die

In No Time To Die anche la figura del villain Lyutsifer Safin, con il volto livido di Rami Malek, è quasi un intralcio, una faccenda da sbrigare perché ‘sta volta c’è qualcosa di più importante. Ecco, simbolicamente la figura di Lyutsifer è una specie di MacGuffin costruito per la scrittura di un finale necessario, intimo e poetico. È il tempo – chiave totale del film, fin dal titolo – che fa da equilibrium, fungendo da alleato e da antagonista. Un narratore onnisciente e imbattibile che non da tregua né respiro, l’elaborazione finale dell’iconografia bondiana, dove il cinema finisce per fare i conti con la realtà e, appunto, con quella tragedia che abbraccia la vita e la morte, i desideri e i miracoli. Così, dove non arrivano più le parole e le immagini, ci pensa un silenzio carico di speranza e la calda voce di Louis Armstrong: “We have all the time in the world. Time enough for life to unfold. All the precious things love has in store…”.

Qui il trailer di 007 – No Time to Die:

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