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Giuseppe Lanno: «Forse i margini sono fratture che portano al centro di qualcosa di importante».

Il regista racconta il Palermo Calcio Popolare, l’utopia di un pallone lontano dalle logiche del business e la possibilità di abitare i margini, nello sport come nel cinema.

ROMA – Ci sono una squadra di calcio, degli spalti, delle partite da vincere o perdere. Ma ci sono anche panini da farcire, campi che scompaiono, impianti fatiscenti e persone che continuano a dedicare tempo ed energie a qualcosa in cui credono, pur sapendo che potrebbe fallire. È dentro questa contraddizione che Giuseppe Lanno trova La realtà è peggio, documentario dedicato al Palermo Calcio Popolare, società sportiva dilettantistica nata nel 2016 dall’iniziativa di un gruppo di tifosi decisi a immaginare un calcio diverso. “Against Modern Football” è scritto sulle divise, ma nel film diventa qualcosa di più di uno slogan. Attraverso l’azionariato popolare, il volontariato e una comunità costruita intorno alla squadra, il Popolare prova a riportare il calcio a una dimensione collettiva e umana, lontana dalle logiche che lo hanno trasformato sempre di più in un prodotto. Lanno osserva questa piccola utopia dall’interno e, seguendola nel tempo, finisce per raccontare soprattutto le persone che hanno deciso di crederci. E forse anche qualcosa del proprio modo di intendere il cinema. Lo abbiamo incontrato per parlare di calcio, comunità, fallimento e di quei margini che, qualche volta, possono condurre «al centro di qualcosa di importante».

Il Palermo Calcio Popolare nasce quasi da un gesto di ribellione: dalla volontà di togliere al calcio tutte quelle sovrastrutture economiche e commerciali che negli anni lo hanno allontanato dalla sua dimensione più popolare. Che cosa ti ha affascinato di questa realtà e quando hai capito che poteva diventare un film?

Mi sono avvicinato alla realtà del Popolare dopo aver concluso il mio primo lavoro documentario ambientato a Palermo (Il gabbiano più inutile del mondo, 2022). Dopo il primo film ho compreso di aver maturato un bisogno personale di riavvicinarmi alla mia città d’origine e soprattutto di farlo in modo laterale, periferico, per poter trovare la giusta distanza. Avevo bisogno di trovare il mio sguardo perché nel tempo si stava complicando. Ho subito il fascino dell’azionariato popolare in un contesto come quello della Sicilia, così come il fascino di una comunità che usa lo sport come forma di resistenza, in opposizione non solo al calcio moderno, ma in alcuni casi alla vita moderna. Ho capito che poteva diventare un film, onestamente, al primo pomeriggio di riprese stando sugli spalti, perché io stesso mi sono dovuto occupare di portare i panini che sarebbero stati poi farciti da un altro tifoso e infine distribuiti. Non solo per l’immagine suggestiva, ma perché ho intuito il potere del costruire la comunità e l’importanza di tenerla viva. Forse è per questo che nel film ci sono tanti panini.

Nel documentario il calcio sembra diventare quasi un pretesto per raccontare qualcosa di più grande: una comunità, un quartiere, persone che scelgono di dedicare tempo ed energie a un progetto in cui credono. Mentre giravi, quanto ti sei accorto che stavi realizzando un film sul calcio e quanto, invece, un film sulle persone?

C’è stato un primo anno quasi di studio, in cui è cresciuta la fiducia e il rapporto con le persone coinvolte. Si sono abituate alla mia presenza costante. Col tempo alcune di queste mi hanno dato accesso a degli spazi più intimi di quelli del campo di calcio, mostrandomi dei pezzetti delle loro vite. Ed è soprattutto grazie a questi frammenti, forse, che ho compreso maggiormente come questa splendida e sgangherata utopia del calcio popolare li facesse sentire. Ho capito poi che quell’utopia era, in fondo, anche una mia necessità. Direi che non è un film sul calcio, è un film su un’idea che si declina attraverso il calcio.

Sulle divise della squadra c’è scritto “Against Modern Football”, è una dichiarazione molto forte. Secondo te che cosa abbiamo perso trasformando il calcio sempre di più in un prodotto e che cosa realtà come il Palermo Calcio Popolare provano a recuperare?

“Against Modern Football” è qualcosa che si sente dire sempre più spesso in giro per il mondo. Fioriscono striscioni anche nelle realtà calcistiche più grandi. Il motivo per me è molto semplice: la gente è sempre più distante. Il tifoso non è al centro del calcio e al suo posto viene preferito il consumatore, il VIP, l’influencer. Nel frattempo, in una regione come la Sicilia, gli impianti sportivi chiudono, i bambini non giocano e tra le tifoserie di Serie A si intrecciano gli affari della malavita. Quasi superfluo citare l’ultimo mondiale targato Trump-Infantino. Si tratta di un circolo vizioso di cui tanti si rendono conto e dunque la presa di posizione di una piccola squadra dei sobborghi di Palermo assume un significato molto forte e determina la riconquista di uno spazio. Nel Popolare si celebra la vittoria come la sconfitta, si ironizza, si spezza il cordone con la mentalità dei “progetti vincenti”. Si è più vicini a un sistema di valori in cui lo sport è uno strumento sociale e non un luogo in cui coltivare ambizioni cieche.

A un certo punto l’utopia del Palermo Calcio Popolare si scontra letteralmente con la realtà: la perdita del campo, la mancanza di spazi, gli impianti fatiscenti. E anche il titolo, La realtà è peggio, sembra contenere proprio questa tensione. Quanto era importante per te raccontare non soltanto la bellezza di quell’ideale, ma anche la fatica concreta necessaria per provare a difenderlo?

Questa tensione a cui ti riferisci è assolutamente necessaria. A parte che non c’è modo che una città come Palermo non ti investa con la realtà. Senza la fatica di fare i conti con l’evidenza non ci sarebbe il film, senza i momenti grotteschi e quasi comici, senza le paure. Ma in un certo senso la bellezza sta proprio in questa consapevolezza: i soci sanno che il loro progetto è destinato a fallire prima o poi. Nonostante questo resistono, ognuno col suo motivo personale e collettivo.

Parlando con te si percepisce un interesse molto forte per progetti e storie che sembrano nascere ai margini delle logiche più convenzionali. C’è qualcosa, nel Palermo Calcio Popolare e nel suo modo di continuare a esistere senza rinunciare ai propri principi, in cui riconosci anche il tuo modo di intendere il cinema e il lavoro del documentarista?

Ti ringrazio per la domanda, la trovo affascinante. Forse condivido con loro questa consapevolezza che il fallimento non solo è possibile, ma è anche accettabile. Essere disposti a fallire è un grande atto di civiltà secondo me, ma il mondo in cui viviamo è sempre più proiettato alla ricompensa immediata e alla mistificazione dei propri dati emotivi. Contano solo i dati numerici. Eppure tutto questo non esclude l’essere ambiziosi, anzi è l’ambizione massima per me. Si può costruire un calcio alternativo e anche un cinema alternativo. Magari io faccio parte di quelli che si trovano a proprio agio ai margini della logica cinematografica. Magari questi margini sono fratture che portano al centro di qualcosa di importante.

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