VENEZIA – Che cosa succede quando un prete smette di porgere l’altra guancia? Succede che prende una pistola. È questa l’idea, insieme folle e geniale, da cui parte Father Joe, il film diretto da Barthélémy Grossmann e scritto da Luc Besson, presentato a Venezia fuori concorso. Kiefer Sutherland veste i panni di un sacerdote che ha dichiarato guerra alla criminalità. Al Pacino è il boss mafioso che quella guerra dovrà subirla. In mezzo ci sono droga, traffico di organi, redenzione, vendetta, fede. E un veleno che veleno non è. Insomma: il Vangelo secondo Luc Besson.
Perché Father Joe è prima di tutto questo: un film che prende il cinema di genere, lo guarda negli occhi e decide di alzare il volume. La prima apparizione di Joe è già un manifesto: cappello a tesa larga, abito nero, pistola. Sembra un cowboy. Sembra Zorro. Sembra un sicario. Poi scopriamo che è un prete. E non unoqualunque. Joe entra in un laboratorio della droga e fa quello che un sacerdote, secondo il catechismo, dovrebbe decisamente evitare: spara. Ma non vuole semplicemente uccidere. Vuole convertire. E qui arriva la trovata più irresistibile del film. Joe inietta ai criminali quello che definisce un veleno letale: hanno sette giorni di vita. L’antidoto? La messa della domenica. Per vivere devono andare in chiesa.
È una delle idee più surreali viste quest’anno al cinema. E anche una delle più rivelatrici. Perché in Father Joe la religione non è più soltanto fede: è potere, ricatto, disciplina. È persino una forma di controllo criminale. La chiesa diventa il luogo in cui i malviventi sono costretti a tornare, settimana dopo settimana, non per pentirsi ma per paura di morire. E allora viene da chiedersi: Joe è un sacerdote che combatte il male o è semplicemente un uomo che ha trovato una giustificazione sacra alla propria violenza? Il film non risponde. E forse è proprio questo il suo pregio. Joe ha perso la figlia a causa della droga. Poi ha perso la moglie, morta di dolore. Da quel momento la sua fede prende una strada molto particolare: invece di pregare per i peccatori, Joe va a cercarli. Non cerca Dio. Cerca i responsabili. E la sua missione diventa una forma di elaborazione del lutto, una vendetta travestita da apostolato.
Poi arriva una ragazza, Felicity, che Joe salva da un’overdose e nella quale riconosce qualcosa della figlia perduta. Ed è qui che il film introduce il suo elemento più sentimentale: forse Joe non sta davvero cercando di salvare il mondo. Sta cercando di salvare una persona che gli permetta di non sentirsi definitivamente sconfitto. Kiefer Sutherland è bravo proprio perché non cerca di rendere il personaggio più realistico di quanto sia. Lo interpreta con una serietà assoluta, quasi comica. Ed è uno degli aspetti più interessanti del film: l’assurdo non viene mai sottolineato, viene trattato come normale. Un prete spara? Normale. Un prete ricatta i criminali con un veleno? Normale. Un boss mafioso va a messa per salvarsi la vita? Normale.
E quando scopriamo che il veleno era in realtà un multivitaminico, Father Joe chiarisce definitivamente la propria natura: il realismo non è il suo obiettivo. L’assurdo, invece, diventa una precisa scelta di linguaggio, sospesa tra fumetto, pulp e fiaba nera. È un cinema costruito sull’eccesso, sulla stilizzazione e sulla forza dell’immagine. Ed è qui che torna Besson. Non tanto perché Father Joe assomigli direttamente a Léon o Nikita, ma perché appartiene a quella stessa idea di cinema in cui i personaggi vengono costruiti come figure assolute, quasi mitologiche. Interessa il gesto, l’immagine, il piacere di vedere un uomo vestito da prete entrare in una stanza e comportarsi come Clint Eastwood.
Il problema è che il film, a volte, sembra non sapere quanto è eccessivo. Troppe scene in cui si prende terribilmente sul serio e, così facendo, perde quella leggerezza che rende irresistibile la sua premessa.
Anche Al Pacino è interessante soprattutto per ciò che rappresenta: non tanto il grande villain quanto l’apparizione di un’icona dentro un universo che sembra costruito con le icone del cinema criminale. Il suo boss è l’altra faccia di Joe: anche lui vive secondo una religione. Solo che la sua è il potere. Joe crede nella redenzione, Pacino nel controllo. Uno ha una chiesa. L’altro ha una mafia. Entrambi hanno una congregazione. E quando finalmente si incontrano, il film mette di fronte due mondi che, in fondo, non sono poi così diversi: entrambi chiedono obbedienza. È questo il paradosso più interessante di Father Joe. Per combattere il male, Joe finisce per assomigliargli.
Visivamente il film gioca molto con il contrasto tra sacro e profano, tra tonaca e pistola, tra chiesa e strada. L’azione è costruita con rallenty, accelerazioni, coreografie e un gusto dichiaratamente citazionista che guarda a molto cinema di genere, da Besson al gangster movie, fino al western urbano e al cinema dei giustizieri. È un film che vuole essere visto più che capito. Seduce attraverso l’immagine, il ritmo, l’eccesso. Per questo Father Joe non è un film perfetto. Ha qualcosa di ingenuo, qualcosa di kitsch, qualcosa di irrisolto. Ma ha anche una cosa che molti film più ambiziosi hanno smarrito: ha un’idea. Un’idea assurda. Un prete giustiziere che obbliga i criminali ad andare a messa per non morire.
E a volte il cinema comincia proprio così: da un’idea che, raccontata a qualcuno, fa ridere. Poi la cinepresa si accende equella follia diventa un film. Father Joe è un film che non salverà il cinema ma che almeno prova a divertirsi mentre lo fa. E in questo, un prete con una pistola che minaccia i mafiosi con un multivitaminico ha qualcosa di veramente sovversivo.




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