ROMA – Ci sono film che si guardano. E poi ci sono quelli che si vivono con il fiato sospeso. I survival movies appartengono senza dubbio alla seconda categoria. C’è qualcosa in questo genere di film che continua ad affascinare il pubblico, non solo per l’adrenalina e tensionecostante, ma per la capacità di raccontare fino a che punto un essere umano è disposto a spingersi pur di restare in vita; qualcosa che nella routine quotidiana sarebbe stato impensabile. Seduti al sicuro sul proprio divano, è inevitabile immedesimarsi e porsi le stesse domande: io cosa farei al loro posto? Riuscirei a mantenere calma e lucidità, prendere la decisione giusta e sopravvivere? Ecco una selezione di survival movies, tra catastrofi naturali, squali e incredibili storie di resistenza da vedere almeno una volta.
No Way Up-senza via d’uscita.
Survival thriller del 2024, diretto da Claudio Fah, che racconta la storia di un gruppo di passeggeri sopravvissuti allo schianto di un aereo nell’Oceano Pacifico. L’aereo precipita e rimane intrappolato sul fondo del mare, con una sacca d’aria che permette ai superstiti di restare in vita solo per un tempo limitato. Mentre l’ossigeno diminuisce rapidamente, il gruppo deve trovare un modo per uscire dal relitto, affrontando anche la minaccia degli squali che si aggirano attorno alla carcassa dell’aereo. Molti sopravvissuti scelgono di sacrificarsi per il bene degli altri: No Way Up, infatti, riflette sui temi della resilienza, della solidarietà e del sacrificio, mostrando come, nelle situazioni più estreme, la sopravvivenza dipenda non solo dall’istinto individuale, ma anche dalla capacità di fare squadra.

47 metri e 47 metri – Uncaged.
Restando in mare aperto e tra le insidie degli squali, anche 47 metri rientra a pieno titolo tra i survival movie più claustrofobici degli ultimi anni. Il film è del 2017, diretto da Johannes Roberts. Durante una vacanza in Messico, le sorelle Lisa (Mandy Moore) e Kate (Claire Holt) decidono di vivere un’esperienza estrema immergendosi in una gabbia per osservare da vicino gli squali bianchi. Ma quando il cavo che sostiene la gabbia si spezza, le due precipitano a 47 metri di profondità, intrappolate sul fondale con l’ossigeno che diminuisce rapidamente e i predatori pronti ad attaccare. Un thriller claustrofobico che gioca con la paura degli abissi e la lotta contro il tempo. 47 metri – Uncaged, diretto ancora una volta da Johannes Roberts, è il sequel del primo film. Quattro adolescenti, durante un’immersione al largo delle coste dello Yucatán, decidono di esplorare una città Maya sommersa. Quella che sembra un’avventura affascinante si trasforma presto in un incubo quando le ragazze rimangono intrappolate in un labirinto di cunicoli sottomarini, braccate da un gruppo di squali. Con ambientazioni ancora più claustrofobiche del primo capitolo, il film punta tutto sulla tensione e sul senso di disorientamento.

Fall.
Fall (2022), diretto da Scott Mann, racconta la storia di due amiche, Becky e Hunter, accomunate dalla passione per l’arrampicata e gli sport estremi. Dopo una tragedia personale, Becky viene convinta a superare le proprie paure affrontando una sfida apparentemente semplice: scalare una torre radio abbandonata alta oltre 600 metri nel deserto. Una volta raggiunta la cima, però, la struttura si rivela instabile e il ritorno a terra impossibile. Le due ragazze rimangono così intrappolate in cima alla torre, senza rete, senza comunicazioni e con pochissime risorse, costrette a lottare contro il caldo, la disidratazione e l’altezza vertiginosa. Un thriller che gioca tutto sulla tensione psicologica e sul senso di vertigine, trasformando uno spazio sospeso nel vuoto in una trappola mortale. Il 2 settembre uscirà al cinema il sequel, Fall 2. Il nuovo film racconterà la storia di due ragazze che si recano in Thailandia per conquistare una pericolosa passerella sul Monte Kwan, ma un’improvvisa frana le intrappola a un’altezza terrificante di 3.000 piedi, costringendo il duo a superare i propri limiti e a cooperare per rimanere in vita.

The wave.
The Wave (Bølgen, 2015) è un disaster movie norvegese ispirato a un possibile evento reale nelle montagne del fiordo di Geiranger. La storia segue Kristian, un geologo che sta per trasferirsi con la famiglia quando nota segnali inquietanti di instabilità in una montagna soprastante il fiordo. Nessuno però gli dà ascolto, perché un allarme potrebbe danneggiare il turismo della zona. Quando il versante della montagna crolla davvero, provoca una gigantesca frana che cade nel fiordo e genera uno tsunami devastante. Con pochissimi minuti di preavviso, gli abitanti di Geiranger devono fuggire verso le alture per salvarsi. Nel caos, Kristian e sua moglie Idun cercano disperatamente di proteggere i figli e ritrovarsi, mentre l’onda distrugge il villaggio. È un film che punta molto sul realismo e sulla tensione, mostrando una catastrofe naturale improvvisa e il tentativo di sopravvivenza di una famiglia comune travolta da un evento estremo.

San Andreas.
San Andreas è un disaster movie del 2015. Il regista Brad Peyton e l’attore protagonista Dwayne Johnson avevano già lavorato insieme in Viaggio nell’isola misteriosa (2012). Dopo che la famigerata faglia di Sant’Andrea causa un terremoto di magnitudo 9 in California, il pilota Ray (Dwayne Johnson) e l’ex moglie (Carla Gugino), da cui da tempo è separato, fanno fronte comune per salvare la loro unica figlia (Alexandra Daddario) in un viaggio da Los Angeles a San Francisco. Quando penseranno che il pericolo potrebbe essere passato, scopriranno di essere di fronte all’inizio di una delle più grandi catastrofi mai viste. Misto di riflessioni sugli effetti dei grandi terremoti e sulle conseguenze che questi hanno sulle connessioni interpersonali, San Andreas trova appiglio nelle considerazioni scientifiche, secondo cui prima del 2045 un terremoto di magnitudo 8 (o anche superiore) potrebbe verificarsi negli Stati Uniti a causa di alcune faglie spesso sottovalutate (come quella di Puente Hills o come la zona di subduzione della Cascadia). Facendo leva sugli istinti più profondi scatenati dalla forza imprevedibile e incontrollabile della natura, San Andreas mette in evidenza come l’uomo in una siffatta situazione di pericolo tenda ad aggrapparsi a ciò che più conta nella sua esistenza: gli affetti.

Train to Busan.
Seok-wu è un manager finanziario separato dalla moglie. La piccola Su-an spesso si sente trascurata da lui e preferisce la compagnia della madre. Sul treno su cui viaggiano i due, per portare la bambina dalla madre che vive a Busan, sale una ragazza che riporta delle ferite strane sul corpo, simili al morso di un animale. Presto si trasformerà in zombie e sul treno per Busan si scatenerà l’inferno. A bordo del convoglio, i passeggeri si ritrovano isolati mentre il contagio si propaga vagone dopo vagone, costringendoli a prendere decisioni estreme pur di restare in vita. Il treno diventa così un ambiente chiuso in cui emergono tensioni sociali, egoismi e atti di sacrificio. Il disastermovie di Yeon Sang-ho viene anche descritto come un horror emotivo e sociale. Nel momento in cui l’epidemia si diffonde emergono due estremi opposti del comportamento umano: da un lato l’egoismo, la paura e la volontà di salvarsi a ogni costo, anche a discapito degli altri; dall’altro gesti di sacrificio radicale, compiuti da chi sceglie di rallentare, restare indietro o esporsi al pericolo per proteggere sconosciuti o persone amate. L’attore protagonista è Gong Yoo, noto anche per la sua partecipazione alla serie Squid Game. Veste i panni di un genitore inizialmente disattento ed egocentrico, ma via via che il viaggio procede e i morti viventi uccidono innocenti, l’uomo abbandonerà il suo egoismo lasciando spazio a una crescente responsabilità verso gli altri e, soprattutto, verso la figlia.

Alla deriva.
Una gita in mare tra amici su uno yacht, pensata come momento di svago e spensieratezza, si trasforma in una trappola mortale per un errore banale ma decisivo: dopo essersi tuffati in acqua per un bagno, il gruppo si rende conto di non aver abbassato la scala per risalire a bordo. La barca, apparentemente vicinissima, diventa improvvisamente inaccessibile. Da quel momento, il film costruisce una tensione quasi claustrofobica pur essendo ambientato in mare aperto: i personaggi restano sospesi tra acqua e imbarcazione, mentre ogni tentativo di risalita fallisce e la situazione si aggrava minuto dopo minuto. Il panico cresce, i rapporti tra loro si deteriorano e la sopravvivenza diventa sempre più una questione di resistenza fisica che di collaborazione. A rendere tutto ancora più angosciante è la presenza di un neonato rimasto a bordo dello yacht, elemento che trasforma la vicenda in una corsa disperata contro il tempo. Hans Horn ripropone con Open Water 2-Adrift una variante del survivalthriller in mare aperto, costruita attorno a una premessa tanto semplice quanto spietata.

La società della neve.
Il film è basato su una storia vera. Una squadra di rugby uruguayana, l’Old Christians Club, si sta preparando a partire per il Cile. Il 13 ottobre 1972, sul volo 571 della Fuerza Aérea Uruguaya ci sono altri passeggeri. In tutto sono 40 a cui si aggiungono altri 5 membri dell’equipaggio. Durante il viaggio iniziano ad esserci delle forti turbolenze, fino a quando l’aereo perde il controllo e precipita nel cuore delle Ande. Le condizioni climatiche sono proibitive e di notte la temperatura scende di 30 gradi. I sopravvissuti, oltre al gelo, devono affrontare anche la fame e il cibo in poco tempo finisce. In più, il governo ha interrotto le ricerche. I sopravvissuti devono così contare soltanto sulle loro forze. Oltre alla vicenda realmente accaduta, il cineasta spagnolo Juan Antonio Bayona si è basato anche sul romanzo “La società della neve. La storia mai raccontata dei sopravvissuti al terribile disastro aereo sulle Ande” di Pablo Vierci. Bayona ha evitato di mettere in primo piano i sentimenti, gli stati d’animo e la speranza dei personaggi e si è soffermato sui dettagli più realistici, come pezzi di carne umana, senza compiacimenti horror.






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