ROMA – Domenica. Roma è deserta, come se qualcuno avesse magicamente fatto sparire il traffico, lasciando solo quel caldo che i romani conoscono bene. Le strade si allungano davanti ai nostri occhi e i palazzi sono silenziosi. È un’estate sospesa, in cui la città non muore, ma rallenta fino a diventare immobile.
In questo tipo di Roma, Caro diario di Nanni Moretti non è solo ambientato: la città sembra quasi essere un personaggio. Il film non racconta una storia unica, ma si dipana attraverso una serie di episodi, tre movimenti che si intrecciano proprio grazie alla loro distanza. Non c’è una trama nel senso tradizionale, ma un diario che si scrive mentre gli eventi si susseguono, seguendo il flusso del pensiero di Moretti. È come se la domenica romana fosse solo uno dei tanti ingressi possibili in un film che si costruisce attraverso i pensieri.
Nel primo episodio, Moretti percorre Roma in Vespa. È un viaggio che non ha nulla dell’epica urbana: è lento, laterale, quasi ostinato. La città non è vista come monumentale e classica, ma nel suo lato più grezzo e periferico. Il suo sguardo si sofferma sui quartieri, sulle case popolari, sui palazzi che non chiedono di essere notati. Roma è un personaggio caldo e sonnolento, perfetto per una domenica senza pretese.
Poi il film cambia completamente rotta. Il secondo episodio ci porta alle isole Eolie: il viaggio si trasforma in una fuga dalla città e, insieme, da una certa idea di sé. Qui il paesaggio non è più urbano, ma naturale, eppure la sensazione di sospensione rimane. Il mare, il vento, l’assenza di rumore non portano chiarezza, ma spingono a porsi nuove domande. È come se il film ci dicesse che, indipendentemente da dove ci spostiamo, il diario continua a scriversi.
Arrivando al terzo movimento, ci troviamo di fronte a qualcosa di più intimo e fragile. Moretti affronta la malattia e il corpo e, in questo momento, il film smette di essere un’osservazione esterna per trasformarsi quasi in una confessione. Non c’è più la città, né il viaggio: rimane solo un pensiero che si riflette su se stesso. È qui che Caro diario si chiude, non come una conclusione narrativa, ma come un ritorno al punto di partenza del diario stesso: la necessità di osservare e registrare. Se iniziamo da una domenica romana desolata, il film sembra suggerire che quella desolazione non appartiene solo alla città, ma anche al modo in cui percepiamo il mondo quando non accade nulla di significativo.
Eppure, proprio in quel vuoto si apre lo spazio del cinema di Moretti: un cinema che non riempie, ma ascolta. Rispetto a Il sorpasso della settimana scorsa, il contrasto è evidente. Lì la strada era sinonimo di accelerazione, euforia e consumo incessante. Qui, invece, la strada si fa più lenta, devia, invita a soffermarsi. Entrambi i film raccontano una giornata italiana lontana dalla produttività: una festa, un giorno libero. Ma mentre Risi la riempie fino a farla esplodere, Moretti la svuota per riflettere. E forse è proprio questa Roma estiva e deserta a tenere insieme tutto: una città che, quando smette di essere frenetica, diventa improvvisamente un luogo di riflessione.




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