ROMA – Per anni la cinematografia dell’orrore ci ha insegnato a temere il buio, i mostri, il silenzio. Siamo abituati a vedere i sorrisi nelle scene di film comici, romantici, che ci portano a sorridere a nostra volta; d’altronde, questo è il gesto più empatico e sincero con cui l’uomo possa comunicare. Ma cosa succede quando dietro quel sorriso si cela solo terrore e follia? Mentre le labbra si schiudono in uno strano ghigno, gli occhi appaiono spalancati e vitrei. Il cinema horror recente ha puntato molto su questo effetto, creando un contrasto visivo e psicologico, spiazzando lo spettatore che si trova davanti a un segnale positivo in un contesto di imminente pericolo. In “Obsession”, film di Curry Barker (2025), il protagonista Bear spezza il “salice dei desideri” ed esprime impulsivamente il desiderio che Nikki, la ragazza di cui è profondamente innamorato, “lo ami più di chiunque altro al mondo”. Successivamente Nikki si comporta in modo sempre più strano, sviluppando una pericolosa ossessione per Bear. La pellicola è carica di suspense, scene inquietanti in cui la ragazza sembra camminare all’indietro, jumpscare e un tocco di splatter.

Ma ci sono momenti in cui la protagonista è ferma e semplicemente sorride grazie all’interpretazione di Indie Navarrette, questo espediente fa più paura di qualsiasi altro cliché dell’horror. Se in Obsession il sorriso è il sintomo visibile di una mente che sta precipitando in una profonda ossessione, in Get Out (2017) ciò assume una funzione ancora più sottile. Jordan Peele costruisce gran parte della tensione del film proprio su questo contrasto, trasformando la gentilezza e cordialità in elementi disturbanti. Il protagonista Chris (Daniel Kaluuya) passa il weekend a casa dei genitori della fidanzata, ma fin da subito si accorge che le persone intorno a lui si comportano in modo ambiguo. Una scena di Get Out sembra condividere la stessa energia perturbante di uno dei momenti più inquietanti di Obsession, creando un interessante parallelismo tra i due film. In Obsession, Nikki ripete ossessivamente a Bear “no, no, don’t say that”, mentre il suo comportamento è sempre più esagerato e imprevedibile.

In Get Out, invece, è Georgina, la domestica della famiglia Armitage, a pronunciare ripetutamente un tremante “no, no, no”, rendendo la scena una delle più memorabili del film: mentre le lacrime le rigano il volto, un sorriso agghiacciante è quasi incollato alla sua espressione. Due film del tutto diversi… eppure, osservando le due sequenze una dopo l’altra, è difficile non notare la somiglianza. In entrambi i casi le attrici ripetono le stesse parole come un mantra, mentre il sorriso resta immobile sul volto. Ed è proprio quell’espressione apparentemente innocua a rendere le due clip terrificanti. Lo stesso senso di terrore attraversa film come Smile di Parker Finn, dove le entità sovrannaturali perseguitano le proprie vittime sfoggiando un sorriso raggelante. Il film è stato acclamato dalla critica proprio per l’efficacia e l’originalità di queste scelte tecniche e visive. Del resto, pochi personaggi hanno trasformato il sorriso in un simbolo di sofferenza quanto il Joker. Dietro il suo volto dipinto e la sua celebre risata si nasconde un profondo disagio psicologico. Nelle sue numerose incarnazioni cinematografiche, Joker appare con un sadico sorriso, mostrando come un’espressione all’apparenza allegra possa diventare riflesso di una lacerazione interiore. Questo espediente, tuttavia, non nasce oggi, ma affonda le radici dai grandi cult del passato: lo stesso ghigno maniacale lo si trova nel volto di Jack Nicholson, in Shining (1980).

O ancora, basti pensare al terrificante Pennywise di It, in cui il sorriso del clown cessa di rassicurare i bambini, trasformandosi in una trappola mortale. Se parliamo di “sorrisi horror”, però, non si può omettere la celebre scena finale di Pearl. Il film, diretto da Ti West nel 2022, si conclude con un lunghissimo primo piano di Mia Goth che guarda dritto in camera e sorride. Grazie all’interpretazione mozzafiato dell’attrice, quel finto momento di gioia comunica allo spettatore tutta la follia di Pearl. A rendere la scena ancora più affascinante è il fatto che non fosse stata concepita in questo modo: il sorriso finale sarebbe dovuto durare solo alcuni instanti, ma Mia Goth continuò a mantenerlo, spingendo Ti West a lasciare scorrere la macchina da presa. Quante volte anche noi, come Pearl, sorridiamo in modo quasi isterico per mascherare la nostra frustrazione? Questa tecnica si rivela un vero capolavoro dell’horror psicologico, forse perché, in fondo, non è così lontano dalla realtà.
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