ROMA – Dalle macerie di una storia d’amore a un universo sonoro ispirato al cinema italiano degli anni Settanta: Cristiano Sbolci racconta Fuorimoda, il suo lavoro più intimo e personale. Cantautore livornese classe 1989, già nei Siberia e poi anima del progetto Caleido, Sbolci torna ora al proprio nome con un lavoro profondamente personale, scritto da lui e prodotto da Francesco Massidda e Federico Nardelli, pubblicato da Pulp Music / ADA Music Italy. Ispirato agli horror e ai thriller italiani degli anni Settanta, attraversato da echi di Morricone, Cipriani, Trovajoli e Ortolani, Fuorimoda è un album che guarda al pop d’autore come a una forma orchestrale, curata, quasi cinematografica. Un disco volutamente lontano dalle logiche del presente, dove ogni canzone sembra abitare una scena, un’inquadratura, un finale sospeso. Con lui abbiamo parlato del bisogno di scrivere, dell’essere “fuori moda” oggi, dell’amore come perdita e del cinema che ha accompagnato la nascita del progetto.
Cristiano, quando hai capito che questo disco doveva nascere, che non potevi più rimandarlo?
«Non me lo sono mai chiesto e, probabilmente, non saprei nemmeno rispondermi. Stavo attraversando un periodo particolare della mia vita: avevo da poco chiuso una relazione molto importante ed ero prossimo al trasferimento da Livorno a Milano.
Probabilmente questo disco è sempre stato dentro di me. Queste sonorità mi hanno sempre cullato e, a un certo punto, sono emerse completamente. Fin da subito volevo creare qualcosa che avesse il colore delle colonne sonore degli anni ’70, e spero, almeno in parte, di esserci riuscito».
Fuorimoda è un titolo forte: cosa significa per te essere “fuori moda” oggi?
«Essere fuori moda, per me, significa non stare dietro alle regole del mercato, non essere ossessionato dai numeri o dagli stream, non dover per forza scrivere la hit dell’estate, ma cercare sempre di fare buona musica.
Cerco di trattare le canzoni pop come fossero composizioni colte, curando in modo quasi maniacale le armonie e gli arrangiamenti orchestrali. E questo credo — anzi, ne sono abbastanza sicuro — che oggi sia profondamente fuori moda».
L’idea che “d’amore si muore” attraversa tutto il lavoro: è una frase che senti ancora vera o è qualcosa che hai messo in discussione nel tempo?
«Sì, la sento ancora molto vera. Credo che l’amore e la morte siano i due grandi collanti della vita; in fondo viviamo per amore e viviamo sapendo di dover morire. Quindi sì, sento questo concetto ancora profondamente vivo dentro di me.
Abbiamo lavorato in maniera del tutto spontanea. All’inizio abbiamo fatto una scelta molto accurata degli strumenti da usare, scegliendo ovviamente soltanto strumenti dell’epoca, e da lì siamo partiti».
Il disco ha sonorità molto legate agli anni ’70: come avete lavorato per renderle vive e non semplicemente nostalgiche?
«Credo che non si percepisca nostalgia, perché abbiamo cercato di mettere nelle canzoni tutto quello che volevamo in modo naturale, senza dover per forza inserire dettagli che rimandassero esplicitamente l’ascoltatore alle atmosfere degli anni ’70».
Ti riconosci di più in questo lavoro rispetto ai progetti precedenti?
«Io mi riconosco soltanto in questo progetto. Il passato è stata una bellissima avventura che custodisco nel cuore: mi ha aiutato a trovare la mia identità, mi ha permesso di giocare molto con le note musicali, ma non mi ha mai appagato totalmente. Questa volta, invece, sono davvero fiero di quello che ho creato, e questa per me è una grande vittoria».
Il disco ha un immaginario molto cinematografico: quali film o atmosfere ti hanno accompagnato durante la scrittura?
«La lista dei film sarebbe davvero molto lunga, ma posso dirti quelli citati esplicitamente nell’album: “Metti, una sera a cena”, “Qualcosa striscia nel buio”, “Milano odia: la polizia non può sparare”, “D’amore si muore”, “Souvenir d’Italie” e molti altri ancora».
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