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Il testamento di Ann Lee: Amanda Seyfried e il musical mistico che trasforma la fede in corpo

Amanda Seyfried guida una comunità religiosa in uno dei film più ipnotici e radicali degli ultimi anni: Mona Fastvold firma un’opera che è insieme rito, performance e visione.

ROMA – A un certo punto, guardando Il testamento di Ann Lee, viene da chiedersi se quello che stiamo vedendo sia davvero un film. Perché Mona Fastvold non costruisce semplicemente una storia: costruisce uno stato mentale. Una trance. Un movimento che si espande scena dopo scena fino a trasformare lo spettatore in qualcosa di molto vicino a un fedele.

Il film racconta la storia di Ann Lee, fondatrice della comunità religiosa degli Shakers nella seconda metà del Settecento. Una donna che, dopo una vita segnata dal dolore – quattro gravidanze interrotte – decide di guidare un gruppo di fedeli verso una promessa radicale: una comunità basata su uguaglianza, frugalità e astinenza.

Eppure il paradosso che attraversa tutto il film è uno, ed è fortissimo. Per una comunità che rifiuta il sesso, il corpo è ovunque.

I corpi tremano. I corpi cantano. I corpi si piegano, si agitano, si sollevano come se fossero attraversati da una forza invisibile. La fede non è mai astratta, non è mai solo una parola. Qui la fede passa attraverso il movimento, il respiro, il sudore. Ed è proprio questo che rende il film così ipnotico.

Le sequenze musicali – composte da Daniel Blumberg a partire dagli inni tradizionali degli Shakers – non funzionano come in un musical tradizionale. All’inizio disorientano. Non cercano la melodia, non cercano l’armonia. Sembrano piuttosto versi primordiali, suoni che nascono da un bisogno quasi animale di esprimere qualcosa che le parole non riescono a contenere. Non sono numeri musicali: sono momenti di trance collettiva, coreografie spirituali che trasformano la comunità in un unico organismo.

Il cinema di Fastvold amplifica tutto questo con una regia che sembra scolpire le immagini. Ogni scena ha la precisione di una composizione pittorica, ma allo stesso tempo qualcosa di vivo e imprevedibile. Guardando il film si ha spesso la sensazione di assistere a un quadro che respira.

Al centro di tutto c’è Amanda Seyfried. La sua Ann Lee non è una santa, non è una visionaria astratta. Seyfried canta, urla, si piega, si muove come se il corpo fosse l’unico modo possibile per dare forma alla fede. La sua interpretazione è feroce e vulnerabile allo stesso tempo, ed è impossibile distogliere lo sguardo. Domina l’intero film.

Ma ciò che rende Il testamento di Ann Lee così affascinante è anche la sua ambiguità. La comunità degli Shakers appare come un rifugio, uno spazio in cui costruire un mondo diverso. Allo stesso tempo però il film lascia emergere qualcosa di più inquietante: il confine sottilissimo tra fede e fanatismo, tra comunità e controllo. Per questo il film è destinato a dividere. Alcuni potrebbero trovarlo distante, altri potrebbero restarne completamente ipnotizzati.

Ma quando finisce resta addosso una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Un misto di inquietudine, estasi e vertigine. Come se per due ore il film fosse riuscito a farci entrare dentro qualcosa che il cinema raramente riesce davvero a catturare: il momento in cui una comunità smette di essere un gruppo di persone e diventa una visione condivisa del mondo.

E in quel momento – almeno per un attimo – quella visione sembra possibile.

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