ROMA – Nel panorama europeo contemporaneo, sempre più attento a intercettare le nevrosi collettive ma spesso timoroso di affondare il coltello nella contraddizione morale, Good Boy di Jan Komasa è un oggetto anomalo. Senza neutralità, nessun equilibrio rassicurante tra colpa e redenzione. Komasa prende posizione nel momento stesso in cui costruisce l’ambiguità: mette in scena una famiglia convinta di agire per il bene e costringe lo spettatore a interrogarsi su quanto la nostra società sia disposta a sacrificare sull’altare dell’ordine. E allora non è solo mera rappresentazione del disagio generazionale. E così facendo, interroga anche noi: fino a che punto siamo pronti a giustificare la violenza quando si traveste da responsabilità?

Il protagonista di Good Boy, Tommy (Anson Boon), è l’incarnazione contemporanea del “giovane senza croce né bandiera”: un diciannovenne che vive nell’eccesso, nel caos, nell’orgia inconsapevole dei propri istinti, pronto a disfarsi delle regole con la medesima leggerezza con cui si spoglia di ogni responsabilità. Non è un eroe, non è un anti-eroe: è la nostra immagine di gioventù scaraventata contro un muro di rimorso. L’idea narrativa è feroce nella sua semplicità. Una notte di sregolatezza — droga, violenza, urina gettata sul pavé — e poi il buio più totale. Tommy si risveglia incatenato nel seminterrato di una grande casa isolata, prigioniero di una famiglia che non è l’avversario archetipico di un thriller qualunque, ma un’istituzione privata di moralità: Chris (Stephen Graham) e Kathryn (Andrea Riseborough), insieme al figlio Jonathan (Kit Rakusen), vogliono “raddrizzarlo”. Lo vogliono trasformare in un bravo ragazzo.
La parola rieducare, nel mondo di Komasa, non è un gesto pedagogico ma appunto una forma di tirannia domestica. La casa è una prigione colma di buone intenzioni. Le catene che tengono Tommy legato non servono solo a bloccarlo fisicamente: incidono nella nostra percezione di libertà. Perché se la libertà è solo un concetto collettivo da esportare come modello sociale, allora cosa resta dell’individuo? E chi decide che cosa sia un “buon” uomo? Komasa gestisce la tensione come un funambolo: non c’è mai un grido che esplode in un jump scare gratuito, ma c’è sempre lo stridio lento della contraddizione morale. L’orrore non è uno spettro, è la geometria dei rapporti umani deformata dall’autorità. L’interpretazione di Stephen Graham è un monolite di credibilità: la sua calma impassibile come un bisturi che non trema mai, capace di far pendere ogni frase come se fosse un verdetto. Riseborough, alla sua volta, incarna una donna sospesa tra adesione e dissociazione, compagna di un progetto di normalizzazione che potrebbe rivelarsi più disumano di qualsiasi antagonista convenzionale.

E Good Boy non è un film semplice da etichettare: è una fiaba grottesca e senza redenzione, uno specchio sporco che riflette il nostro desiderio di controllo e la paura ancestrale di perderlo. È un film che guarda allo spettatore con la stessa intensità con cui osserva i suoi personaggi alla deriva — catturando la fragilità che sfugge a qualsiasi morale codificata. Ci si può persino azzardarlo a definirlo un racconto disturbante e dispositivo politico, quasi teorico. Nessun genere. Thriller morale, forse, horror anche, ma una parabola sulla manipolazione come forma di amore deviato, sull’educazione come esercizio di potere. In Good Boy assistiamo ad un’operazione chirurgica sul concetto stesso di responsabilità. Il regista polacco continua il suo percorso di indagine sull’autorità – già centrale in Corpus Christi – e lo fa con un film che non cerca consolazioni né soluzioni, ma pretende una presa di posizione. È cinema che divide, che irrita, che costringe a reagire. E proprio per questo necessario.
GUARDA LA NOSTRA INTERVISTA AL REGISTA QUI
Scream 7 domina il box office: Ghostface è ancora il re dell’horror





Lascia un Commento