ROMA – Una stanza con le pareti bianche, una chitarra appoggiata al letto, la luce calda che entra dalla finestra e sembra fermare il tempo. Fulminacci è sempre stato questo: uno che canta come se stesse parlando a qualcuno seduto davanti a lui, senza filtri, senza bisogno di alzare la voce. Uno che sa aspettare “il momento, senza sapere qual è”.
Abbiamo visto Fulminacci nascere così. Da La vita veramente in poi, Filippo Uttinacci ha costruito una scrittura che non ti spiega cosa provi: ti fa accorgere che ci sei già stato. Nelle sue canzoni ci sono pareti bianche, sigarette benedette, estati senza via d’uscita, domande sul futuro. È ironico, malinconico, teatrale, politico senza proclami. È uno che dice “olio su un pezzo di pane” e dentro ci senti una generazione intera che cerca qualcosa di semplice e vero.
Nel 2021 era salito sul palco dell’Ariston con Santa Marinella, in un teatro irreale, senza pubblico e pieno di palloncini. Aveva 23 anni e un’aria spaesata che lo rendeva ancora più vero. Oggi Fulminacci torna con Stupida sfortuna e non è più lo stesso ragazzo. È cresciuto, ha scritto, ha perso, ha ricostruito. Il nuovo album, Calcinacci, in uscita il 13 marzo, racconta proprio questo: le macerie dopo una fine importante, ma anche la scelta di non scappare davanti a quello che resta.
Stupida sfortuna nasce per Fulminacci in modo spontaneo, quasi di getto, insieme a Golden Years, che firma la produzione del disco e lo accompagnerà anche sul palco. È una canzone che parte da un’esperienza personale e diventa immediatamente generazionale: parla di solitudine, di responsabilità, di quel momento in cui ti accorgi che non puoi più dare la colpa alla sfortuna e devi guardarti dentro. È personale, sì, ma quando Fulminacci scrive il personale diventa inevitabilmente collettivo.
Per la serata delle cover sceglie Parole parole insieme a Francesca Fagnani. Da una parte la musica, dall’altra una giornalista abituata a smontare le maschere con una domanda secca. Ribaltare i ruoli – lui nella parte di Mina, lei in quella di Alberto Lupo – è un gesto ironico, ma anche molto consapevole. La televisione che interroga incontra la musica che si mette a nudo. E Fulminacci, che ha sempre amato stare tra palco e scena, tra canzone e racconto, sembra perfettamente a suo agio in questo piccolo film in diretta nazionale.
Fulminacci arriva a Sanremo 2026 nel momento in cui la sua identità è più definita che mai. Non deve dimostrare di essere “quello bravo”. Non deve rincorrere numeri o slogan. Porta con sé una scrittura che negli anni si è fatta più precisa, più vulnerabile, più vera. In un Festival che amplifica tutto, lui sceglie di restare umano. Di non urlare, di non semplificare.
Fulminacci non è l’artista che si adatta al palco. È quello che sale sul palco e riesce a farlo diventare casa. E quando succede, non c’è rumore che tenga.
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