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INTERVISTE I Ivan Castiglione: «Io, La preside e l’importanza di raccontare l’umano oggi»

L’attore racconta La Preside, il lavoro tra set e palcoscenico e l’urgenza di storie “piccole” che parlano a tutti.

Ivan Castiglione - Mia di Domenico at Campo Base

ROMA – Attore, regista, autore teatrale. Ma soprattutto interprete capace di attraversare linguaggi e territori senza perdere un centro preciso: l’urgenza di raccontare il presente. Ivan Castiglione è una di quelle figure che il pubblico riconosce anche quando non è in primo piano, perché porta con sé una densità rara, costruita negli anni tra teatro civile, cinema d’autore e serialità popolare. Dalla versione teatrale di Gomorra — che gli è valsa il Golden Graal come miglior attore protagonista — fino ai lavori per la televisione italiana e internazionale, Castiglione ha sempre tenuto insieme impegno e artigianato, racconto e corpo. A gennaio è tornato in prima serata su Rai 1 con La Preside di Luca Miniero e con Una famiglia imperfetta, due titoli che, pur diversi, condividono uno sguardo sulle fragilità quotidiane e su un’Italia che si misura con i propri limiti. Lo abbiamo intervistato per parlare di questi progetti, del suo rapporto con il teatro, del lavoro con grandi registi e di ciò che oggi sente davvero urgente raccontare.

In queste settimane ti vediamo su Rai 1 con La Preside e presto con Una famiglia imperfetta. Che Italia emerge da queste storie?

«Parlo de La Preside, perché Una famiglia imperfetta deve ancora andare in onda e al momento posso dir poco! La Preside parte da una situazione che conosciamo bene. Conosciamo la storia vera di Eugenia Carfora: si parte da una situazione in cui ci sono tutte le problematiche italiane; lei è una preside che arriva in un quartiere degradato dell’area campana, con piazze di spaccio vicino, degrado, dispersione scolastica. Da lì crea un’eccellenza. E allora secondo me questa cosa può essere una metafora generale di tutto: in Italia, se facciamo le cose bene, poi diventiamo un’eccellenza. Questo è il messaggio. Ed è anche un pensiero che, dentro di noi, più o meno abbiamo tutti: sappiamo perfettamente che il nostro Paese, in ogni cosa, potrebbe eccellere ovunque. Basta però che le cose vengano fatte per bene. Quella scuola diventa un’eccellenza a livelli pazzeschi partendo da una situazione difficilissima».

Mia di Domenico at Campo Base

Quanto ti interessa, come attore, raccontare dinamiche non eroiche, fatte di compromessi e imperfezioni?

«Mi interessa moltissimo, perché il mio lavoro è sempre stato affiancato a un’idea di arte con un impegno civile. Però in questo caso non parlerei di assenza di eroismo. La Preside racconta un’eroina quotidiana. Una persona normale che si rimbocca le maniche e fa semplicemente il suo lavoro. Oggi questo viene percepito come straordinario, quando dovrebbe essere la norma. Ed è proprio questo che mi affascina: raccontare problemi reali, nostri.»

Il teatro è il tuo terreno originario. Cosa cambia quando passi dalla scena alla macchina da presa?

«In realtà cambia meno di quanto si pensi. Certo, a teatro devi portare la voce e amplificare il gesto, mentre davanti alla macchina da presa basta un deglutire per raccontare tantissimo. Ma il cuore del lavoro è identico: far credere al pubblico che sei altro, per raccontare una storia. La verità della recitazione non cambia.»

Mia di Domenico at Campo Base

Cosa cerchi oggi in un copione?

«La prima cosa è sempre la storia. Poi il personaggio: deve avere contraddizioni, più colori. Mi affascinano i personaggi che inciampano, che reagiscono. Ogni battuta può essere detta in mille modi, e scegliere — insieme al regista — è la parte più stimolante. È lì che il personaggio prende vita.»

Hai lavorato con molti registi importanti. C’è qualcosa che ti porti dietro da queste esperienze?

«Più che una persona sola, sono tanti piccoli passaggi. Però l’incontro con Gabriele Salvatores è stato emblematico. Mi ha colpito la sua umanità, la serenità sul set, l’ascolto. Anche una scena piccola può diventare un gioiello se c’è questo clima. E capisci perché certe persone vincono un Oscar: per la semplicità, non per l’ego.»

Guardando al futuro, che storie senti urgenti da raccontare oggi?

«Sono diventato padre da poco, e questo ha cambiato molto. Oggi sono affascinato dalle relazioni umane: l’amicizia, la paternità, i legami. Non più storie epiche, ma piccoli episodi umani che possono diventare universali. Lavorare nel piccolo, nella verità. È lì che sento l’urgenza adesso.»

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