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Fabiana Udenio: «Da Strehler a Schwarzenegger, senza mai smettere di giocare»

Dall’adorazione per il teatro classico alle commedie americane, l’attrice italo-argentina ripercorre la sua carriera e il ritorno con FUBAR, tra nostalgia e rinascita.

Fabiana Udenio

ROMA – Attrice argentina di nascita, italiana di cuore e americana d’adozione, Fabiana Udenio è uno di quei volti che hanno attraversato il cinema e la televisione in modo silenziosamente iconico. Dal debutto con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano a soli 13 anni fino al ruolo di Alotta Fagina in Austin Powers, ha attraversato generi, decenni e continenti. Oggi è tornata sotto i riflettori con la serie Netflix FUBAR, accanto ad Arnold Schwarzenegger, in un ruolo che mescola ironia, azione e sentimento. In questa intervista ai microfoni di Hot Corn ci racconta l’impatto di Strehler, l’eredità della commedia americana, il piacere della versatilità e come Hollywood sia cambiata — anche per attrici che, come lei, non hanno più bisogno di dimostrare nulla.

Hai esordito a teatro diretta da Giorgio Strehler a soli 13 anni: che ricordo hai di quell’esperienza e di lui come maestro?

F: «Un ricordo indelebile, che mi accompagna da decenni. È stata un’esperienza che mi ha profondamente formata, sia dal punto di vista professionale che personale. Avevo già un forte desiderio di recitare, ma lavorare con Strehler e con il Piccolo Teatro di Milano ha rafforzato quel desiderio e cementato la mia passione. Non dimenticherò mai il fascino della sua figura: sempre vestito di nero, con i capelli d’argento, i suoi gesti precisi e la voce che arrivava dalla penombra della platea durante le lunghe prove. Strehler ci dirigeva con un carisma ineguagliabile, e spesso si esibiva lui stesso, trasformando ogni prova in uno spettacolo a sé. Assistervi era un privilegio, un sogno per tanti giovani registi, attori, appassionati. Fu allora che mi innamorai del Teatro, e da quel momento sognai di interpretare Giulietta, diretta da lui. Ho ricordi vivissimi di quei momenti… Ricordo in particolare una prova con Massimo Bonetti e Tino Carraro: improvvisai un gesto e Strehler si alzò dalla platea, dicendo davanti a tutti ‘Ecco, questo è talento! Brava Fabiana!’, continuando a elogiare il mio istinto. Mia madre era presente quel giorno: posso dire con certezza che non me lo sono sognato. Conservo con cura due lettere meravigliose che mi scrisse: una alla prima di Milano, nel ’77 o ’78, e un’altra quando riprendemmo gli spettacoli nel 1983, per il debutto a Parigi. In quella seconda lettera mi scrisse, tra le altre cose: ‘Ricordati di essere sempre semplice, vera, fresca, come nata da poco…’ — parole che tengo incorniciate e che ho cercato di seguire per tutta la vita. I ricordi sarebbero infiniti… non credo ci sia abbastanza spazio per raccontarli tutti».

Dalla classica La Tempesta a Austin Powers: come hai vissuto la transizione tra teatro d’autore e cinema pop internazionale?

F: «È stata una transizione graduale. Ho sempre desiderato una formazione completa e un percorso ricco di esperienze diverse. Fin da piccola studiavo danza, e dopo la prima edizione de La Tempesta ho continuato con danza e canto, debuttando poi in una commedia musicale accanto a Domenico Modugno. Quando sono stata scritturata dalla ABC per la soap Una Vita da Vivere, il mio ruolo era brillante, ironico, ed è lì che ho iniziato a esplorare registri più leggeri. Con Summer School, diretta da uno dei grandi comici americani, Carl Reiner, ho imparato i tempi comici, che poi ho approfondito attraverso le numerose sitcom a cui ho preso parte negli Stati Uniti. Tutto questo background mi ha preparata ad affrontare Austin Powers, che era una parodia piena di riferimenti e sfumature comiche, e che poi è diventata un vero cult. Mi considero fortunata ad aver potuto attraversare generi diversi: credo che ogni attore sogni di essere versatile, di poter sperimentare, di non essere mai incasellato».

Hai lavorato con grandi nomi come Gregory Peck, Christopher Plummer, Mike Myers. C’è un incontro che ti ha segnato più degli altri?

F: «A metà degli anni ’90 ho interpretato una guest star protagonista di un episodio della sitcom Evening Shade, con Burt Reynolds, che era anche il regista di quell’episodio. Burt era una vera star, un grande divo, e sinceramente non sapevo bene cosa aspettarmi. Sono rimasta colpita dalla sua bravura come attore e dal suo carisma, ma ciò che mi ha davvero sorpresa è stato il suo modo di dirigere. Era un vero actor’s director. In televisione capita spesso che i registi si concentrino più sugli aspetti tecnici e meno sulla direzione attoriale, ma Burt no: mi ha guidata con una sensibilità rara. Dopo la prova generale si avvicinò e mi disse: ‘Fabiana, sei stata molto brava. Ma voglio che tu torni domani e ti comporti come se fossi la padrona del posto’—’as if you owned the place’. Fu una nota semplice, ma potentissima. Mi fece riconsiderare non solo il modo in cui affrontavo quel personaggio, ma anche il mio approccio in generale, dai provini alle performance più importanti. Una lezione che mi è rimasta nel tempo. Una grande consiglio. Un grande personaggio. E poi, naturalmente… Arnold. Che dire? Una fonte di ispirazione costante. È una persona che coinvolge, trascina, diverte. Lavorare con lui è stata un’esperienza indimenticabile — e, lo ammetto, ora mi sento anche un po’ viziata… non e facile che tutto funzioni cosi magicamente su un set…».

Fabiana Udenio in ”FUBAR”

Hai partecipato a serie cult dagli anni ’80 fino ad oggi. Cosa è cambiato nel mondo della TV secondo te, anche in termini di ruoli per donne come te?

F: «Il cambiamento è stato notevole, soprattutto con l’avvento delle piattaforme di streaming — nel bene e nel male. Oggi c’è molta più produzione internazionale e gli attori non sono più circoscritti alla televisione o al cinema: possono passare con naturalezza da un mezzo all’altro, il che crea molte più opportunità. Ma anche molta più competizione. Uno dei cambiamenti più evidenti è il fenomeno dei self-tape per i provini, che ha sicuramente i suoi pro e contro. Mi manca il contatto umano, il faccia a faccia con il regista o il casting director, ma allo stesso tempo è bello poter rivedere il mio lavoro, analizzarlo. Mi ricordo quanto mi torturavo, dopo un’audizione, cercando di ricordare cosa avevo fatto, cosa avrei potuto cambiare o migliorare — soprattutto quando il ruolo non arrivava. Ora posso riguardare tutto, e nella maggior parte dei casi non ho rimpianti! Quando sono arrivata negli Stati Uniti, negli anni ’80, era molto difficile per un attore non americano lavorare in produzioni americane. Oggi, fortunatamente, è molto più comune: c’è più inclusione e una maggiore apertura mentale. E poi c’è stato un cambiamento enorme anche per le attrici della mia età. È davvero bello vedere donne rappresentate in modo completo, sfaccettato, che non hanno più 30 anni. Il pubblico apprezza e segue questi personaggi. Pensiamo a carriere che stanno vivendo una vera e propria rinascita — come quelle di Demi Moore o Pamela Anderson, solo per citarne due. In Italia, penso a Monica Guerritore… e anche nel mio caso, è una grande soddisfazione poter ripartire alla grande dopo un periodo di rallentamento, in cui avevo scelto di dare priorità al mio ruolo di madre».

Fabiana Udenio in ”FUBAR”

Oggi fai parte della serie FUBAR accanto a Schwarzenegger. Com’è stato tornare sotto i riflettori con un prodotto action-comedy moderno?

F: «Ottenere il ruolo di Tally è stato davvero un sogno che si è trasformato in realtà. Recitare è da sempre la mia passione, ed è un po’ come andare in bicicletta: non si dimentica. È un’arte che resta impressa nel cuore, nella mente e nel corpo, pronta a riemergere appena la si richiama. Avere l’opportunità di farlo ancora, accanto ad attori del calibro di Arnold e Monica, in un progetto internazionale come FUBAR, è un privilegio immenso che non darò mai per scontato. Tally è un personaggio femminile completo, una donna che tiene testa al marito… o meglio, all’ex marito e attuale fidanzato! È passionale, forte, a volte imprevedibile — specialmente nella seconda stagione. Poter interpretare un ruolo che mi ha permesso di usare toni drammatici, romantici e anche comici è stato un vero regalo. Non capita spesso di lavorare in un progetto che non si limita a un solo genere, ma che sa mescolare con intelligenza azione, commedia e sentimento. Il cast, a cominciare da Arnold, si è legato moltissimo, soprattutto nella seconda stagione, quando finalmente non c’erano più le restrizioni del Covid. Ci siamo davvero divertiti. Arnold ha organizzato feste, cene e giri in barca mentre giravamo a Toronto, un vero leader. Poi a Los Angeles un grande privilegio essere invitata alla sua residenza per vari eventi e conoscere la sua famiglia…compresi Lulu l’asinello, e Schnelly il maialino. Infine ci sono i produttori — a partire da Nick Santora —sempre disponibili, presenti, pronti a comunicare con il cast e a farci sentire parte integrante del processo creativo. Un dialogo così aperto e costruttivo non è affatto comune. Come ho detto più volte: FUBAR mi ha un po’ viziata!».

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