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«Un rischio senza precedenti»: l’allarme di Alessandro Usai sul futuro del cinema e dell’audiovisivo italiano

Alla Casa del Cinema, il presidente di ANICA interviene accanto ad APA e CNA: «Dal 2026, senza certezze sul credito d’imposta, il settore rischia di fermarsi».

ROMA – La sala Fellini della Casa del Cinema è gremita, l’atmosfera piena di attenzione e preoccupazione. A prendere la parola per primo è Alessandro Usai, presidente di ANICA, che con tono fermo e pragmatico lancia un allarme che suona come un appello collettivo: «Se la norma resterà così com’è, dal 2026 ci fermeremo tutti». Un messaggio netto, che racchiude la gravità del momento. ANICA, insieme ad APA e CNA Cinema e Audiovisivo, rappresenta oltre il 90% delle imprese della filiera: produzione, distribuzione, animazione, streamer, industrie tecniche. Un sistema vivo, complesso, che negli ultimi anni ha dimostrato di poter competere a livello internazionale e di generare valore concreto.

IL NODO DEL CREDITO D’IMPOSTA

Usai entra subito nel merito. Il problema non è solo il taglio al Fondo Cinema, ma la revisione del credito d’imposta, definita dal presidente «una bomba a orologeria per l’intera filiera».
Uno strumento, quello del tax credit, che negli anni ha permesso al settore di crescere e attrarre investimenti esteri, adottato anche da Paesi come Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, molti dei quali dopo aver osservato il modello italiano. Ma la nuova norma – che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2026 – prevede un tetto complessivo ai crediti, un limite non ancora definito che rischia di trasformare la certezza in incertezza. «Significa – spiega Usai – che nessuno saprà più se potrà contare su quel 25-30% del budget. E ditemi: quale produttore sano di mente inizia un film da sei o dieci milioni senza sapere se a fine corsa avrà le risorse per coprire il piano finanziario?»

UN MOTORE ECONOMICO E CULTURALE

Il discorso si sposta dai numeri alle persone. «Il nostro settore impiega 124.000 lavoratori diretti, ma l’impatto sull’indotto è enorme: artigiani, tecnici, costumisti, elettricisti, professionisti che vivono di set. Un set non è solo cinema: è economia reale». Un sistema, dunque, che genera valore e occupazione, ma che rischia di entrare in crisi immediata se viene meno la stabilità delle regole. «Se salta la leva fiscale, salta la produzione – avverte Usai – e i primi a pagare saranno proprio loro, i lavoratori a progetto».

UN’INDUSTRIA CHE CRESCE CONTROCORRENTE

Nel suo intervento, Usai evidenzia anche un paradosso: mentre la produzione industriale italiana registra un calo dell’1,3%, il settore audiovisivo è in crescita. Un segnale che rende ancora più grave la prospettiva di uno stop improvviso: «Fermarci ora – dice – sarebbe un errore storico».

“C’È ANCORA TEMPO”

Il presidente di ANICA chiude con un tono che è insieme razionale e urgente: «Siamo ancora in tempo per correggere la rotta. Ma la data non può essere il primo gennaio 2026. Dopo, sarà troppo tardi». Un discorso asciutto, concreto, che mette al centro la necessità di un confronto serio e costruttivo con le istituzioni, per preservare una delle poche industrie culturali italiane in crescita.
Un settore che crea lavoro, identità e immaginario, e che oggi chiede solo una cosa: certezze per poter continuare a raccontare il Paese, dentro e fuori dallo schermo.

  • VIDEO | Guarda qui l’intervento completo di Alessandro Usai:

 

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